Parla l'ex campione azzurro,
allenatore dei Giovanissimi Nazionali della Roma: "Le
convocazioni devono tenere conto dei voti. Vedo troppi
ragazzi frustrati, senza titolo di studio. Questa
diventa una fabbrica di falliti"
di MASSIMO MAZZITELLI
La celebre esultanza di
Vincenzo Montella dopo un gol
ROMA - A Vincenzo Montella non
serviva il fallimento nel mondiale della nazionale
italiana per capire che le cose a livello di settore
giovanile erano in crisi. Un anno fa cominciò la sua
nuova carriera da allenatore con la Roma portando
non solo i suoi 141 gol e 283 presenze in serie A,
ma anche tante idee e una visione nuova di come una
società di calcio dovrebbe far crescere campioni. Ha
alternato il campo, Coverciano e corsi di
aggiornamento alla Luiss. Ha allenato giovani di 14
anni ma non parlando solo di calcio. A Natale ha
regalato a tutti i suoi ragazzi un libro,
"L'alchimista" di Paulo Coelho con una dedica
speciale "Per capire come inseguire e raggiungere un
grande sogno". L'ex "aeroplanino" ha anche cercato
di dare un'educazione sportiva ai genitori. Lettere
per spiegare i danni del doping, l'importanza
dell'alimentazione e soprattutto come gestire le
esuberanze alla Balotelli e le depressioni per
qualche panchina di troppo. "I genitori sono un
grande problema. Troppe aspettative, troppa
pressione sui ragazzi: sono tutti convinti di essere
i papà di Totti".
Montella, per far crescere campioni non
basta insegnare calcio?
"La prima domanda non deve essere come portare i
giovani in serie A, ma come non creare degli
infelici. Il calcio in Italia ha soprattutto un
ruolo sociale. Delle migliaia di ragazzi che
affollano i settori giovanili, arriva al
professionismo una percentuale che sfiora l'1%. Di
quelli che giocano nelle squadre Primavera, ad un
passo dal professionismo, il 5% arriva
in serie A e solo il 40% continua a giocare al
calcio. Troppi giovani delusi, frustrati e senza
titolo di studio. Una fabbrica di falliti".
Non è sufficiente fare l'allenatore...
"Non basta pensare solo alla tecnica. Le società di
calcio hanno il dovere di pensare anche alla
crescita della persona. Non serve insegnare solo
stop e palleggi ma anche stimolare e curare la parte
intellettiva dell'individuo: la convocazione per la
partita dovrebbe tener conto anche dell'andamento
scolastico. E negli staff dedicati ai settori
giovanili dovrebbero esserci anche dei professori.
Allenamenti e compiti. Avremo più campioni e meno
infelici".
Ma per far ripartire il calcio in Italia non
basta qualche libro in più.
"A questa 'rivoluzione' dobbiamo affiancarne
un'altra di cultura sportiva. Nei settori giovanili
non serve vincere, non deve essere questo il fine.
Quest'anno alla mia prima esperienza nel campionato
"Giovanissimi Nazionali" ho visto colleghi schierare
giocatori che magari non sapevano stoppare un
pallone ma erano alti 1.90 e fisicamente possenti.
Era evidente che il loro unico scopo era vincere. Ma
che senso ha? Il lavoro di un allenatore del settore
giovanile si valuta da quanti ragazzi porta in prima
squadra e non dalle coppe vinte".
In Spagna non guardano al fisico: Iniesta,
Fabregas, Xavi, non sono giganti.
"Non sono certo io a dover dire che il fisico con il
calcio conta relativamente. In Spagna guardano
velocità di pensiero in campo e capacità tecniche.
Sono queste le uniche doti vere che servono a un
calciatore. Da noi invece conta prima il fisico. Ma
la Spagna intanto vince a tutti i livelli, forse
hanno ragione loro".
Rivera, Baggio e Sacchi. Cambierà qualcosa?
"Sono personaggi di grande livello e hanno le
competenze giuste, ma le varie nazionali raccolgono
quello che trovano. Il lavoro deve essere fatto
dalle società, lì nascono e crescono i campioni".
L'impressione è che non ci sia più una
scuola Italia.
"È vero ognuno va per la propria strada. Tante
realtà diverse, anche di valore: penso ai vivai
dell'Empoli, dell'Atalanta e della Roma. Intanto
devono cominciare le società: metodo di allenamento
unico, dai pulcini alla Primavera, con confronti
settimanali tra i vari tecnici per verificare il
lavoro. Così nasce una scuola, così nascono i
campioni. Perché in Italia i talenti non mancano".
(09 agosto
2010)
Fonte
Repubblica.it
07/08/2010
"Abbiamo tanti stranieri che la
metà non li conosco. Il mio Milan aveva uno zoccolo che
veniva dal vivaio e che gli dava identità e
riconoscibilità. In Spagna il pubblico esige che il club
dia spettacolo con i giocatori che ha cresciuto. Anche
in Italia deve essere così: ci vuole pazienza. Nei
settori giovanili la meritocrazia deve essere centrale,
sia per i giocatori che per gli istruttori e ne
servono di bravi. E non voglio che si punti tutto sulla
vittoria, ma sul giocar bene e sul crescere i più bravi.
I talenti sono ben accetti, sono le squadre di 11
solisti che non vanno bene"
Arrigo Sacchi, neo coordinatore delle nazionali
giovanili
20/07/2010
"A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio
nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici
finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza in ogni
angolo del mondo c'è un bambino che gioca e si diverte
con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre
più un' industria e sempre meno un gioco"
Zdenek Zeman
15/07/2010
E' da diverso tempo che da queste
pagine esaltiamo il calcio spagnolo, la sua mentalità,
la sua bellezza estetica, il suo voler anteporre la
qualità alla quantità, la cura che hanno per i
settori giovanili (le "cantere"). Tutto il contrario del
nostro bel paese. Facciamo i complimenti agli amici
spagnoli per questa meravigliosa e storica vittoria.
Vamos!
02/05/2010
Il
Portsmouth insegna che il calcio è ancora il
gioco più bello del mondo
BEPPE DI CORRADO ( IL
FOGLIO)
Per trovare il calcio bisogna andare a
Portsmouth. Lì c’è la storia dell’anno. Più
del Barcellona che domina il mondo,
più del Real che non vince niente dopo una
campagna acquisti da Banca mondiale, più
della Roma che sorpassa l’Inter dopo una
corsa lunga otto mesi. Lì c’è la storia
perché in un colpo si lavano le coscienze di
tutto il mondo del pallone. Il Portsmouth
racconta che si può perdere, fallire,
retrocedere eppure giocare comunque. Un
pallone, due porte, undici contro undici e
chi vince vince. Il contrario del balletto
su Calciopoli, il contrario delle voci sulle
presunte pastette da fine campionato, il
contrario delle partite che finiscono dopo
un tempo perché una squadra smette di
giocare per manifesto disinteresse per
risultati e classifiche.
A Portsmouth oggi c’è il peggio che si
trasforma in meglio. Perché la squadra
è ufficialmente retrocessa la settimana
scorsa dalla Premier League alla
Championship: era già messa male in
classifica dall’inizio della stagione, poi
il colpo di grazia l’ha avuto qualche
settimana fa quando la Football Association
l’ha penalizzata di nove punti per colpa del
fallimento del club. Con 70 milioni di euro
di debiti il Portsmouth è la prima squadra
inglese a finire in amministrazione
controllata in 18 anni di Premier League. Un
primato scomodo, una figuraccia globale,
perché anche i Pompeys – il nomignolo
accompagna da sempre i giocatori della
cittadina sulla Manica – sono un club
internazionale: dopo tre cambi di proprietà
in sette mesi, a febbraio c’era stato
l’arrivo dell’uomo di affari di Hong Kong
Balram Chainrai. Sembrava che si potesse
entrare in un periodo di stabilità, ma poi
l’affare è sfumato lasciando il club
affogato in una situazione irreversibile.
Avrebbero potuto chiudere a Portsmouth.
Anche perché il rischio finale non è
quello di retrocedere in serie B, ma di
essere radiati dal calcio inglese e quindi
di essere costretti a ricominciare dai
dilettanti. Sarebbe stato facile mollare, da
un certo punto di vista sarebbe stato
perfino ovvio. A Portsmouth no. Il calcio
s’è preso la rivincita sulle dicerie, sulle
voci, sul suo essere un mondo di viziati. La
prima cosa che è successa è stata questa:
Avram Grant, l’ex allenatore del Chelsea e
oggi mister dei Pompeys, aveva chiesto di
andar via per allentare la pressione sulle
casse societarie esercitata dal suo ricco
stipendio. Alla fine è rimasto: nonostante
le sirene dell’Hull City, non ha voluto
lasciare il Portsmouth: “Avevo pensato di
lasciare questo club ma i tifosi mi hanno
convinto a restare – ha detto – Resterò fino
alla fine, voglio rispettare il mio
contratto e non ho alcuna intenzione di
mollare. Questo club è diventato molto
importante per me. Ho chiesto ai nuovi
vertici della società un minimo di stabilità
e so che ci stanno lavorando. Ognuno però
deve fare il suo”. Cioè i giocatori. Cioè i
tifosi. Cioè il club.
Ecco, i primi hanno giocato come se nulla
fosse. Quando la squadra è stata
penalizzata mancavano dodici partite alla
fine del campionato: loro non hanno mollato
niente. Se perdono succede perché gli altri
sono più forti. I secondi uguale: lo stadio
di Portsmouth continua a essere pieno anche
se la retrocessione è matematica, anche se
in futuro il calcio in città potrebbe
sparire. E il terzo? Il club avrebbe potuto
decidere di non pagare gli stipendi, di
smantellare la squadra. Non è successo.
Piuttosto è successo il contrario: la
società ha chiesto l’ultimo sforzo: c’era la
semifinale di FA Cup da giocare a Wembley
questo week-end. E che fai? Vinci? Non è
possibile, non per la mentalità dominante.
Invece il Portsmouth ha vinto. Finale, cioè
quanto non avrebbe potuto sperare neanche
senza il caos finanziario. Finale contro il
Chelsea, cioè contro l’antitesi pura dei
Pompeys. Finale tra ricchi e neo pezzenti:
rivincita morale e sportiva al
chiacchiericcio pallonaro che vuole
risultati scontati per situazioni scontate.
Portsmouth è il calcio, da oggi fino al 15
maggio, il giorno della finale di FA cup.
Wembley, di nuovo. Chi vince? Forse non è
così ovvio.
30/03/2010
“Quando il calcio è
azione, il tanto desiderato equilibrio consiste in una
semplice verità lapalissiana: allargare il campo se si
attacca e restringerlo se si difende. Certo, chi vuole
riuscirci deve conoscere il gioco, convincere i
giocatori e lavorare. Una volta fatto ciò, si continuerà
a dipendere dalla tecnica, dal talento, dall'astuzia dei
calciatori che fanno la differenza, i quali molte volte,
a cose fatte, non sanno nemmeno spiegare come ci
riescono”. Jorge Valdano
Spesso capita di raccontare questa
storia ai nostri ragazzi, una storiella bizzarra ma che
rende molto chiaro il concetto che vuole esprimere.
Esaltando una qualità che spesso viene poco sollecitata
a dovere ma che invece è fondamentale. La storiella è
questa: fra non troppi anni anche la persona che avrà
problemi gravi agli arti inferiori o avrà subito gravi
traumi, grazie alla scienza potrà tornare a correre e
giocare. Famoso è il caso dell'atleta sudafricano Oscar
Pistorius che grazie a delle protesi alle gambe gareggia
con ottimi risultati nelle gare di velocità sui 100, 200
e 400 metri. Poche speranze invece per chi non vede. Ma
non perchè qui la scienza non stia facendo progressi,
anzi. Si tratta di sottolineare un concetto:
l'analizzatore ottico se non funziona a dovere o se non
è sollecitato e allenato determina una catena di errori
ed errate percezioni del sistema nervoso centrale che
incidono profondamente sulle abilità tecniche. Avere un
"buon piede" , udite udite, spesso significa avere un
buon occhio. Saper utilizzare al meglio l'analizzatore
visivo comporta quegli aggiustamenti di tensione
muscolare tali da rendere buono il rapporto del piede
(della testa, del petto, della coscia ecc) con la palla.
Uno stop ben riuscito non è dato da una certa grandezza
del piede (basta con la storia del "piede piccolo, piede
buono", non se ne può più di certi falsi miti...) ma
soprattutto dalla giusta tensione muscolare. Ma non
addentriamoci troppo in tecnicismi e proponendovi questo
video-test invitiamo allenatori e addetti ai lavori a
non sottovalutare l'aspetto visivo nel gioco del calcio.
31/01/2010
E noi che pensavamo di
averle viste tutte, pensavamo che tutto era successo in questo sport, che ormai le qualità fisiche,
che gli ordini rigidi di allenatori facessero la
partita, che la tattica (difensiva) fosse il presente e
il futuro (oltre al denaro...).
Invece....invece all'improvviso qualcuno si ribella. E tu mentre vedi questo
ragazzo davanti al portiere, pensi che sia importante
che la butti dentro, la sua squadra vince 1-0, c'è la
necessità di chiudere la partita. Pensi che basti tirare
bene, rasoterra e angolato o al massimo scartare il
portiere, male che ti va prendi rigore ed espulsione.
Invece no. Il ragazzo fa qualcosa che ti fa sobbalzare
dal divano di casa. Qualcosa che prima non esisteva.
Qualcosa che esiste solo per chi pensa che in questo
sport si può e si deve continuare a inventare. Grazie
Guti.
06/01/2010
Riassunto:
Se
tu hai il pallone l'avversario non ce l'ha;
L'importante è il ritmo del pallone;
Potenziare le qualità tecniche;
Vincere gli 1 contro 1;
Meglio vincere 5-4 che 1-0
19/12/2009
Per chi bonariamente ci
accusa (accettiamo volentieri le accuse) di una certa
esterofilia che emerge dalle pagine di questo Blog,
rispondiamo altrettanto bonariamente allargando le
braccia e mostrandovi come anche altre voci (mila
volte più autorevoli della nostra) raccontano di una
pessima realtà del nostro calcio. E' purtroppo ovvio
che, nonostante la sua peculiarità, il mondo giovanile
non ne può uscire del tutto indenne. Il calcio degli
adulti, il calcio professionistico resta comunque un
punto di riferimento tecnico e organizzativo che a
cascata scivola fino alle categorie dilettantistiche.
C'è una sorta di contagio che ha risvolti tecnici (si
gioca male e nessuno fa niente per ridare dignità alla
qualità di gioco) ed economici (entro nel calcio per
soldi e non per passione) che travolge tante società
giovanili e dilettanti. Inutile nascondere ciò che tutti
vedono (e forse, per abitudine e assuefazione, non si
vede più).
Troppa
tensione, poche idee.
Così
affonda il calcio italiano
Un calcio affamato di soldi, ricco di debiti
e povero di idee. Senza guardare al resto
d’Europa, perché il paradiso
terrestre non esiste da nessuna parte, è
evidente che il campionato italiano offre uno
spettacolo di bassa qualità, in teatri del tutto
inadeguai e su campi poco meno che vergognosi.
Rivedere, per conferma, Juve-Inter 2-1
(5 dicembre), che avrebbe dovuto rappresentare
la migliore espressione del pallone italiano e
che invece è stata una delle peggiori partite
degli ultimi dieci anni. Ci si è preoccupati di
tutto, tranne che di giocare. E anche nella
penultima giornata prima delle vacanze di
Natale, la situazione non è migliorata, salvo
pochissime eccezioni (Parma, Chievo, Bari):
nessuna delle squadre impegnate in Champions
League è riuscita a vincere. Un punto (l’Inter
contro l’Atalanta) in quattro non è il massimo. A
guardare il quadro generale, sarebbe curioso se
capitasse il contrario, perché gli argomenti
sono sempre gli stessi, così
come è identica la voglia di ignorarli. Quando
si discute di calcio, anche ai massimi livelli
istituzionali, non si affrontano le questioni
tecniche, mai che si senta parlare di un
progetto globale, di un’idea comune, del gioco
in quanto tale, invece che del denaro. Nemmeno
le disavventure dell’Under 21, che un tempo
dominava l’Europa e adesso rischia di guardare
l’Olimpiade di Londra davanti alla tv, con i
vivai travolti dall’ondata degli stranieri,
sembrano aver mosso le
acque. In Lega, da mesi, si litiga soltanto per
i soldi, da dilapidare nell’ingaggio di un
giocatore in più oppure nel cambio di un
allenatore. Sono già stati cambiati 8 tecnici su
20, il segnale che, nel migliore dei casi, è
stata sbagliata la scelta iniziale oppure si
procede in nome di un avventurismo tecnico
inquietante. Ai vertici del calcio pro, c’è chi
ha difeso il campionato di serie A a 20 squadre
e quello di B a 22, perché così le tv versano
più soldi ai club (da sperperare in fretta),
mentre chiunque conosca un po’ il calcio sa che
si tratta di un format pletorico, un brodo
allungato con l’acqua, e dunque senza sapore.
Poi
all’improvviso si scopre che chi fa le coppe
gioca troppo e non ha tempo per allenarsi bene;
aumentano le rose e anche gli infortuni; scende
la qualità globale del prodotto. Nonostante
questo, si andrà avanti così almeno fino al
2012, per questioni televisive. Anche i 90 club
della Lega pro sono un’esagerazione
quantitativa, ma nessuno ha il coraggio di fare
la prima mossa.
In Italia conta soltanto il risultato;
vincere significa trascorrere una settimana
serena, al riparo dalle ire dei presidenti
e da quelle degli ultrà, che spesso
minacciano i giocatori,
senza che nulla accada. Le partite sono
soprattutto scontro fisico, duelli uno contro
uno, che la questione dell’arbitraggio
all’inglese, formula ad alto gradimento, ma
molto teorica, non ha risolto, perché di colpi
proibiti se ne vedono sempre tanti, anche se
spesso gli arbitri preferiscono ignorarli.
Dietro all’esasperazione tattica e allo studio
dei dettagli, si nascondono un calcio
rattrappito e la voglia di non far giocare
l’avversario, anche a costo di non giocare,
sperando nel colpo di scena finale, che serva a
casa i 3 punti.
Del resto, se dopo Ascoli- Reggina (1-3)
Pillon è finito sotto processo per un gesto di
fair play applaudito da tutta Europa,
e la risposta al coraggioso appello lanciato
venerdì dall’avvocato Campana contro alcuni
comportamenti dei giocatori è stato il finale di
Cagliari-Napoli, ci si rende conto di quanto il
calcio italiano sia povero di valori sportivi.
Ma il caso-Pandev, nella sua quotidiana
evoluzione non soltanto temporale, riassume la
totale assenza di etica del nostro pallone. La
televisione ha svuotato gli stadi, ma le
società, salvo rare eccezioni (la lettera di
Galliani agli ex abbonati), non fanno nulla per
cercare di ripopolarli. Bisognerebbe chiedersi
perché, domenica, in Atalanta- Inter, un terzo
dello stadio di Bergamo fosse deserto, mentre
vent’anni fa (29 gennaio ’89, stesso risultato:
1-1) erano rimasti fuori dallo stadio in almeno
3 mila. Chi va allo stadio, fa tutto tranne che
il tifo per la propria squadra: i cori più
gettonati sono gli insulti agli avversari,
quando non si sconfina nel razzismo. Gli stadi
trasformati in arene, con l’Europa che guarda
allibita lo spettacolo. Più che un calcio
povero, un povero calcio.
FABIO MONTI
(Corriere della Sera)
08/12/2009
Rissa fra genitori, Pulcini a casa
I dirigenti: "Ci vergogniamo"
Un
acceso diverbio sugli spalti spaventa i bambini in
campo: i due allenatori decidono di sospendere la gara
fra Affrico calcio e Firenze Sud ritirando le squadre.
Il d.s. spiega: "Quel gesto non ci appartiene. La
partita sarà recuperata e organizzeremo una festa"
FIRENZE, 7 dicembre 2009 - "Ci vergogniamo per quanto
accaduto, ma quell'invito a picchiare urlato da un
adulto ai nostri bambini non ci appartiene e per
rimediare abbiamo già programmata una serie di
iniziative". Così il direttore sportivo della società
Affrico calcio, Matteo Petrachi commenta la sospensione
della gara tra i Pulcini dell'Affrico e del Firenze Sud
perchè dalle tribune arrivavano inviti ad un agonismo
sfrenato. "Lavoriamo con 250 ragazzi, cinque anni fa ne
avevamo 50. Insegniamo a giocare e trasmettiamo valori -
spiega Petrachi -, per questo dico che quel gesto non ci
appartiene. Da molti siamo ritenuti un esempio. La
partita sarà recuperata e in quella occasione
organizzeremo una festa. Ho già parlato con l'altra
società e c'è l'ok: faremo entrare in campo i ragazzini
tenendosi per mano, faremo il cosiddetto "terzo tempo" a
fine gara e poi una merenda che coinvolga tutti". All'
Affrico lavora come consulente Celeste Pin, ex stopper
della Fiorentina e dal vivaio della società sono usciti
diversi giocatori che sono arrivati al professionismo:
l'ultimo è l'attaccante dell'Albinoleffe Marco Cellini
che nelle ultime due stagioni ha segnato per i
bergamaschi 28 reti.
Una partita fra Pulcini
Ieri l'episodio: una lite in tribuna tra i genitori; i
giocatori, tutti della categoria Pulcini, età 8 anni,
che si spaventano e non riescono più a giocare; quindi
la decisione degli allenatori di ritirare le squadre dal
campo. L'episodio è avvenuto a Firenze durante la gara
Affrico-Firenze Sud ed è stato riportato oggi dal
quotidiano Il Firenze.
I bambini stavano disputando la loro partita - una gara
di esibizione - al campo sportivo di viale Fanti, sede
della società Affrico, una delle polisportive più
antiche di Firenze. Ad un certo punto, però, nel secondo
tempo, genitori e parenti dei bambini hanno cominciato
ad offendersi. La lite si sarebbe scatenata
dall'eccessivo incitamento di un padre che pretendeva
più agonismo e più cattiveria. Un suggerimento lontano
dal fair play che dovrebbe valere sempre nello sport e
in particolare a livello giovanile, e che ha scatenato
una furibonda discussione. Anche i due allenatori in
campo si sono messi a discutere. Le urla hanno talmente
spaventato i bambini da inibirli nel seguire il gioco.
Si sono fermati per la paura di quello che stava
succedendo tra i loro familiari. Uno dei due allenatori,
sembra quello del Firenze Sud, ha deciso di ritirare la
squadra, seguito dal collega. Oggi partirà il report
alla Figc, un resoconto dovuto al termine di ogni
incontro disputato sotto l'egida della federazione in
cui verrà spiegato il motivo dell'interruzione della
partita.
Il racconto di un tifoso speciale: uno dei 200 italiani
soci del club catalano.
di LUIGI BOLOGNINI
BARCELLONA - "Avui som 93.524" strombazza il
maxischermo a inizio secondo tempo, quando la furia
blu e granata si è un pochino sopita, l'Inter
barcollante respira e lo spettatore può sollevare
gli occhi dal campo senza timore di perdere qualcuna
delle delizie sotto forma di riccioli, svolazzi,
palleggi, schemi, del primo tempo. Sembra friulano,
ma è catalano: "Oggi siamo 93.524".
Diciamola meglio, al Camp Nou siamo 93.523 più 1.
Me. Al debutto dal vivo come socio del Fc Barcelona.
Uno dei circa 200 soci italiani sui 170mila sparsi
nel mondo. Anche se per la verità 140mila sono
concentrati in Catalogna, cosa che fa del club "mes
que un club", più di un club, dice il motto sociale
(questione di resistenza alla dittatura di Franco,
all'identità spagnola, al Real Madrid
filogovernativo), e rende le partite in casa sempre
molto affollate. Figuriamoci questa, che è quella
della vita o della morte: perdere vuol dire
eliminazione certa dall'Europa, pareggiarla quasi.
Bisogna vincere, perdipiù con mezza squadra rapita
da influenza suina e infortuni vari, per questo i
ragazzi hanno bisogno anche di me, per questo -
prevedendo tutto, neppure fossi Otelma - ho
prenotato il mio posto due mesi fa. Noi soci
possiamo: in cambio di 150 euro l'anno, oltre a una
tessera stile Bancomat con foto, banda magnetica e
codice Pin, a una sacchettata di gadget tipo tshirt,
spilline e dvd rievocativo della stagione, al voto
per rinnovare le cariche sociali, ho anche diritto
di prelazione con sconti minimi del 20 per cento su
tutte le partite in casa. Quei 150 euro che - sia
chiaro - ho orgogliosamente versato via Internet con
Visa il 26 maggio, vigilia della finale di Champions
League a Roma. Questo tanto per far capire che non
salgo sul carro del vincitore, ma anzi, mi metto tra
le stanghe a tirarlo.
È stato
principalmente un gesto di rifiuto nei confronti del
calcio italiano. Meglio scappare, anche se finora
solo virtualmente con Sky o Youtube, meglio scoprire
che un altro calcio è possibile: un calcio fatto di
poesia, gusto per l'estetica (certi schemi sembrano
copiati dalle linee arzigogolate di Gaudì), un
allenatore che parla sì in conferenza stampa ma non
rilascia interviste, senso del collettivo cui si è
dovuto inchinare anche l'individualista per
eccellenza Ibrahimovic; rispetto dei giovani, ovvero
del vivaio (ieri sette in campo, più l'allenatore
Guardiola, venivano da lì); assenza di violenze
(poliziotti intorno al Camp Nou ieri sera: zero,
solo i vigili urbani a regolare il traffico). Mai
polemiche (il massimo di insulti a Mourinho è stato
"interprete", ricordando quando qui era il vice di
Robson cioè ne traduceva i discorsi in spagnolo).
Non esiste il razzismo: niente cori contro, magari
su colore della pelle, origini razziali e bagatelle
simili, solo canti di incitamento. E lo sponsor al
Barcellona non paga, ma viene pagato: è l'Unicef.
Ecco perché ieri sera dovevo esserci dal vivo,
poteva essere la fine o una botta quasi letale a
tutto questo. Così, vestito con blue jeans e camicia
granata, ho preso un aeroplanino da Milano carico
carico di interisti, e dopo aver girato un po' la
città mi sono fiondato in metrò (incredibile, per
chi a Milano ha San Siro a chilometri da una
fermata) al Camp Nou, una città camuffata da stadio.
Il museo più visto di tutta Catalogna, con coppe,
foto, video, cimeli, un negozio con qualunque cosa
purché tinto di blaugrana una serie di bar dove i
tifosi si fanno tranquillamente flebo di sangria
come fosse un happy hour, ma più civile, un afflusso
di gente di ogni età e sesso, muri senza una
scritta, strade pulite, un'attesa che si fa serrata
ma serena: "Noi la partita decisiva non la sbagliamo
mai, minimo due gol glieli facciamo", dice un
ragazzino seduto accanto a me. Tutti attorno a me, i
miei colleghi di tifo, ben più rodati, cantano
forsennati l'inno della Catalogna e quello della
squadra: "tenim un nom, el sap tothom, Barça, Barça,
Barça", "abbiamo un nome che conoscono tutti, Barça,
Barça, Barça". Imparerò, nelle prossime trasferte in
casa.
(fonte
Repubblica.it)
20/11/2009
Dunque questa era la situazione
numeri a metà secolo: 2,3 e 5 costituivano la linea
difensiva, 4,6,8 e 10 una sorta di quadrilatero di
centrocampo con gli ultimi due in supporto del tridente
7,9 e 11. Il famoso WM. Grandi dibattiti e scuole di
pensiero intorno alla presunta fragilità di una difesa
costretta quasi sempre a subire un 3<3. Ed ecco nascere
prima in Svizzera e poi (da aspettarselo...) in Italia,
nuovi accorgimenti difensivi. Anzi uno in particolare ci
interessa e ci permette di spiegare certe abitudini e
consuetudini con i numeri di maglia. C'è chi iniziò
portando il proprio n.9 in marcatura sul centravanti
avversario lasciando il 5 libero da marcature e pronto
all'intervento in seconda battuta. Sembrerebbe un
assurdo ma il concetto era quello: non lasciare che una
volta perso il duello individuale l'attaccante volasse
solitario verso la porta. Nasce la figura del libero
(sweeper, foto sopra), libero dalla marcatura
diretta, libero di presidiare le spalle dei tre
marcatori, di intervenire (più o meno elegantemente)
sulle marcature saltate dei propri compagni. Oppure di costruire gioco
in qualche caso (Scirea, Beckenbauer). Il n.6 fu tolto
dal centrocampo e messo lì. Rompendo però equilibri in
mediana. Perchè il n.7 per antonomasia diventò l'ala
tornante? Facile, colpa del 6 che abbandonò e indebolì
il centrocampo. Il 7 tornava per non lasciare in
inferiorità numerica 4,8 e 10. Dando così coraggio al 3
avversario che negli anni si trasformò in
fluidificante solo perchè trovò spazio davanti . Il
cane che si morde la coda.
17/11/2009
Questa estate abbiamo evidenziato
che nella nostra cittadina gli spazi di gioco libero, i
campi da calcio di periferia (le scuole calcio
per eccellenza) o erano deserti o impraticabili. Brutte
notizie giungono anche dalla patria del gioco libero
(Fonte repubblica.it).
Via il calcio dalle spiagge
Copacabana è più triste
Fine di
un'era: il sindaco vieta il pallone al mare. E' il nuovo
Brasile che prepara Mondiali e Giochi. Un gioco libero
che ha formato talenti come Romario. Ora sarà impedito
da 396 agenti di EMANUELA
AUDISIO
Edmundo gioca
sulla spiaggia di Rio
E' li che diventavi grande. Con una rovesciata sulla
sabbia raddrizzavi il destino. E' lì che ti smarcavi dal
passato e facevi un tunnel al futuro. Sulla spiaggia,
davanti all'Oceano. A Copacabana, a Ipanema. E' lì che
andavano tutti quelli che cercavano un posto in alto e
una promozione dal basso. Bruno Conti, già campione del
mondo, in vacanza a Rio, venne scartato, gli dissero che
la sua fantasia lì non bastava per entrare in squadra.
Quella spiaggia non era posto per prendere il sole, ma
scuola per i poveri. Cultura a chilometro zero. Bastava
andare al mare, palleggiare, non far mai cadere il
pallone sulla sabbia, tutto di prima, per divertirsi,
sentirsi Pelé e laurearsi: os reis do futebol. Tutti re,
e i somari in porta. Non è un caso che Nilton Santos,
due volte campione del mondo, soprannominato "A
Enciclopedia", perché sapeva fare tutto, difendere e
attaccare, la sua arte l'abbia imparata proprio lì.
In Europa ci sono le scuole di calcio, a Rio come asilo
c'è la spiaggia, che serve pure come casa di riposo e
centro culturale. Un gol e la vita va a posto. Ma dal
primo dicembre tutto finisce. Basta, futebol libero e
selvaggio. Troppa anarchia non è moderna. Divieto
assoluto di giocare dalle 8 alle 5 del pomeriggio.
Niente più divertimento gratis, è troppo cheap. Il
Brasile si adegua, niente più pallone. Rio diventa una
spiaggia proibita, tutto cambia, anche i sogni che non
rimbalzano. Lo ha deciso il sindaco Eduardo Paes, eletto
a gennaio, per dare una nuova immagine alla città che
ospiterà i mondiali di calcio 2014 e i Giochi Olimpici
del 2016. E già, perché erano le pallonate in riva
all'Atlantico che deturpavano la città. Così 396 agenti
vigileranno: non sulla criminalità, non sul traffico dei
narcos, che un mese fa hanno anche abbattuto un
elicottero della polizia, ma sui quei criminali che
giocano a pallone sulla spiaggia. Vietato anche il
frescoball, il gioco dei racchettoni. "La palla di gomma
è dura e fa male".
Fa male anche cancellare una tradizione che ti ha dato
una storia nel mondo. Claudio Ibrahim Vaz Leal meglio
noto come Branco, difensore e campione del mondo nel
'94, è passato per l'università del pallone di Rio.
Spiaggia e compito: come tirare le punizioni. Branco
calciava con la tecnica che prevede di colpire il
pallone con le tre dita esterna del piede, in modo da
imprimere al pallone delle traiettorie improvvise, e
teneva basso il baricentro. Così il tiro viaggiava
rasoterra o a mezz'aria. Risultato micidiale, tanto che
nel '90 mandò all'ospedale per trauma cranico MacLeod,
giocatore della Scozia, che in barriera aveva tentato di
colpire il pallone di testa. L'attaccante Edmundo
soprannominato "O' Animal", per via del suo carattere e
di quello che gli usciva quando era storto, mise la
spiaggia di Rio nel contratto che lo legava alla
Fiorentina, per poter volare quando voleva nel suo
carnevale sul mare e divertirsi come pareva a lui.
Edinho che ha giocato anche nell'Udinese, difensore
brasiliano, eccellente rigorista, è un altro prodotto
della spiaggia di Rio. Romario, detto Baixinho (Bassino)
per via della sua statura ridotta, campione del mondo
nel '94, più di mille gol in carriera, ha imparato i
dribbling stretti sulla sabbia e ha pure continuato con
il beach-soccer. Così con un colpo di spugna se ne vanno
tanti colpi di tacco.
(10
novembre 2009)
09/11/2009
Questione di linguaggio. Forse
solo di quello, almeno speriamo. Ci sono termini e
frasi fatte che si sentono intorno al mondo del
calcio giovanile. E visto che anche noi ne facciamo
parte ci dispiace ascoltarle. Il nostro sforzo è rivolto
ai ragazzi e alla loro crescita. Alla società U.S. e al
suo futuro. Però abbiamo orecchie. E abbiamo voglia di
smontare questi luoghi comuni. Proprio perchè ci
interessa che i ragazzi crescano nel vero spirito di una
Scuola Calcio. Scuola non sta lì per caso. Ognuno
di noi prima di andare a lavorare è andato a scuola.
Bene, un giorno, ce lo auguriamo, i nostri e vostri
ragazzi saranno dei calciatori, ma adesso vanno a
scuola. A Scuola Calcio. E a scuola le problematiche e
gli obiettivi sono diversi dal mondo del lavoro (e dal
calcio degli adulti). A Scuola Calcio si apprende, si
cresce, si sbaglia, si migliora, si sperimenta, si fanno
esperienze, delusioni, gioie, ci si confronta con altri
gruppi, altre città, altre realtà. Dunque ci sono le
partite. "La prossima partita è importante, bisogna
vincerla". Ok, quali sono le partite importanti
e perchè? Ma importanti per cosa? Linguaggio
spudoratamente copiato dal calcio degli adulti e
trasferito dietro la rete di migliaia di campi da calcio
solcati da giovani calciatori. Il tifoso che segue una
qualsiasi prima squadra spesso si avvicina alla squadra
giovanile sbirciando e informandosi sulle classifiche di
Giovanissimi e Allievi. E valuta importante (per cosa?)
questa e quella partita. Un consiglio: rilassatevi, è
solo un gioco.
22/10/2009
Oggi compie 60 anni
Arsène Wenger (foto sopra), allenatore ormai
da 13 anni dell'Arsenal. Ci piace festeggiarlo perchè è
nota la sua qualità nel valorizzare i giovani calciatori
e inserirli in prima squadra (e facendoli spesso
giocare) in età assai precoce. Citiamo una sua
dichiarazione di oggi, a domanda su cosa avesse imparato
dopo tanti anni di calcio: "Ho
imparato anche l'umiltà. A volte si pensa che a 40 anni
si sappia già tutto, ma ho scoperto che tutti possono
avere ragione nel calcio. Qualcuno non del mestiere può
dire qualcosa di completamente stupido e avere ragione".
15/10/2009
Ma come ci finì il n° 5 in difesa?
Colpa (o merito, dipende dai punti di vista) degli
inglesi. Un po' perchè per primo fu il tecnico dell'Arsenal,
Herbert Chapman, a
rivoluzionare la posizione del centromediano,
portandolo tra i fullback, un po' perchè ci fu
nel 1925 un cambio regolamentare di non poco conto. E
furono gli inglesi a stabilirlo, inventori di questo
sport e unici a poter metter mano alle regole tramite l'IFAB
(International Football Association Board,
organismo attualmente
composto da otto membri, quattro nominati dalla FIFA e
quattro dalle federazioni calcistiche del
Regno Unito. Nel consiglio dell’IFAB ogni
federazione britannica dispone di un solo voto, mentre
la FIFA di quattro, ma ogni modifica o aggiunta deve
essere approvata con sei voti. Di conseguenza, nessuna
modifica può essere adottata senza il placet
della FIFA, ma la stessa FIFA da sola non può adottare
modifiche perché ha bisogno del voto di almeno due
federazioni britanniche). Il cambio regolamentare fu il
seguente: si passò dal fuorigioco a tre (ovvero
per essere in gioco al momento del passaggio dovevi
avere tre uomini tra te e la porta, di solito due
difensori e il portiere) al fuorigioco a due
(coincidente con la regola attuale). In tempi di vecchia
regola era sufficiente che uno dei due terzini salisse
che l'attaccante avversario era in fuorigioco o male che
andasse si aveva sempre una copertura. Ora non più, se
la tattica del fuorigioco falliva (e tra l'altro non era
sistematica e ricercata come oggi) avevi davanti a te
solo il portiere. Che fare? Chapman pensò allora di
inserire in n° 5 tra i terzini che si allargarono
esternamente (foto sopra), dando inizio ufficialmente e
forse senza volerlo alla marcatura ad uomo (2 sull'11, 5
sul 9 e 3 sul 7). A centrocampo si delinearono ancor più
le differenze tra giocatori di fatica (4 e 6) e
giocatori creativi più avanzati (8 e 10) e si delineò
così il famoso schieramento WM, legato in Italia
soprattutto al Grande Torino ma non alla tradizione e
alla mentalità del nostro paese, che emerse
successivamente con un 'altra modifica di cui vi
scriveremo.
09/10/2009
La
Piramide di Cambridgeprevedeva dunque
cinque attaccanti, allineati da destra a sinistra, dal
n°7 all'11. Tre centrocampisti, 4,5 e 6 (con un ruolo
fondamentale per il centromediano, il n.5) e i due
terzini (2 e 3) chiamati tali perchè facenti parte della
terza linea. La successiva evoluzione ci porta a capire
perchè poi per tantissimi anni il n°10 e l'8 divennero
centrocampisti di qualità, soprattutto il 10, attribuito
ancor oggi a giocatori di talento. Nasce il Metodo
(foto sopra), uno schieramento con due difensori
arretrati (i terzini) che avevano il compito di
presidiare gli attacchi portati centralmente dalla
squadra avversaria. Il primo era chiamato "di volata",
in quanto si occupava di marcare direttamente
l'attaccante avversario, in genere il centrattacco,
mentre il secondo veniva denominato "di posizione"
perché aveva il compito di presidiare l'area di rigore
ed accorrere in sostegno del difensore in difficoltà: si
trattava di una sorta di libero ante litteram. Il
compito di controllare le ali spettava ai due mediani
laterali, che potevano talora sostenere i
centrocampisti, in fase di attacco. Il cardine della
manovra era il giocatore centrale posto dinnanzi alla
difesa, detto centromediano metodista, che era il
"regista arretrato" della squadra. Infine,
l'arretramento verso la mediana dei due inside
forward, gli "attaccanti interni" della piramide
(detti anche "mezze ali", il n°8 e 10 appunto) dava
origine ad una formazione del tipo 2-3-2-3, o "WW",
poiché ripeteva sul campo la forma di queste lettere. In
questo modo si creava di fatto una superiorità numerica
a centrocampo: la difesa risultava più protetta e i
contrattacchi risultavano più rapidi ed efficaci. Ecco
dunque svelato il segreto dell'attribuzione dei numeri 8
e 10, frutto di un semplice arretramento a centrocampo
per dare equilibrio alla squadra. Una ricerca di
equilibrio talmente esasperata che porterà poi ad altre
modifiche che riguarderanno sopratutto il n°5 e 6. Siamo
ancora agli anni '20, la storia non finisce qua.
05/10/2009
Dalla rubrica "Tanto è un gioco" della Gazzetta
dello Sport
DOV' E' LA SPAGNA ? A UN' ORA DI
GIOCO
Premessa: il possesso palla è un indicatore relativo. Se
una squadra segna, poi cede il pallino e si difende
bene, stramerita la vittoria e se ne strabatte del
possesso altrui. Però , a volte, il controllo del
pallone qualcosa rivela. Prendiamo il primo turno di
Champions. Le 4 italiane hanno tenuto palla per 100
minuti complessivi, tondi tondi dice l'Uefa: Milan e
Juve 27, Inter e Fiorentina 23. Le inglesi per 139 e le
spagnole per 166. Significa che la Spagna ha tenuto la
palla 66 minuti più di noi. Fa impressione dirlo: ha
giocato un'ora di più. A volte ce lo chiediamo: quanto è
distante la Spagna ? Dista più o meno un'ora di
gioco. Qualcuno può obiettare: sì ma il Real ha
affrontato lo Zurigo, sì ma intanto lo Zurigo ha tenuto
palla per 33 minuti , più di qualsiasi squadra italiana.
Si ma la Fiorentina ha giocato un tempo in dieci. Vero.
Ma nel duello complessivo con le tre francesi siamo
sotto comunque: 6 minuti di possesso in meno. Nessuna
delle 5 squadre schierate da Spagna, Inghilterra e
Germania ha tenuto palla per meno di 30 minuti, nessuna
delle nostre per più di 30 minuti. Meno dei 23 minuti di
possesso dell'Inter hanno fatto solo 4 squadre : Rubin,
Unirea, Debreceni e Standard. Per quanto li prendiamo
con le molle, i numeri del possesso palla ci lasciano
fastidiosi sensi di colpa. Noi ci siamo esaltati per
Buffon e Inzaghi. Siamo bravi a fermare il pallone e a
calciarlo, a tenerlo facciamo più fatica: siamo
estremisti, ispirati nella disperazione (gol da evitare)
e nell'eccitazione (gol da fare), a disagio nella
moderata allegria del gioco . Nessuno può insegnare a
Buffon dove buttarsi o a Inzaghi dove piazzarsi: lo
sentono. Ma per tenere palla non basta l'istinto. Serve
lavoro tecnico (il piede istruito sbaglia meno passaggi)
e tattico: è l'allenatore che da sicurezza con la forza
del gioco (vedi il Genoa di Gasperini). Il lavoro è la
navicella che può avvicinarci alla Spagna ed evitare che
il Barça vanti ancora il 67% di possesso palla. Ripetere
che siamo figli del Piave e che, a forza di resistere e
ripartire, ci siamo fatti una storia, non può diventare
un alibi davanti al futuro che ci chiede di cambiare.
LUIGI GARLANDO
23/09/2009
Riportiamo da Repubblica.it questo
interessante articolo. Che ci fa riflettere. Un plauso
innanzitutto al calcio inglese che non solo non ha
barriere sugli spalti ma addirittura ci sono panchine
(vedi Manchester United, Old Trafford) piazzate
in mezzo al pubblico. Ferguson lo vedi esultare (e
masticare il chewing gum) con l'abbonato Smith alle
spalle, i panchinari imbronciati vicino ad una
famiglia al completo. Chiaramente anche la panchina
ospite è nelle stesse condizioni. Ancelotti lo vedrete a
breve a 5 metri dai tifosi dei Red Devils durante
il big match. Ci assumiamo la responsabilità di
prevedere che nessuno lo chiamerà maiale (pig in
inglese) nè tantomeno gli arriveranno sputi o monetine.
Tutto ciò succede a livelli altissimi, in un paese che
negli anni '70 e '80 ha avuto a che fare con seri
problemi causati dagli hooligans. In Italia che
succede? Cosa bisogna fare perchè ti autorizzino a
giocare in Serie D? Devi mettere le gabbie! Non ci
credete? Sapete dove trovarle, non scherziamo. Drogba ti
dà un cinque dopo che fa gol, Gerrard si fa scompigliare
dai tifosi della Kop (la curva del
Liverpool all'Anfield Road). In Serie D (Lega Pro, Serie
B, Serie A) tutti in gabbia. Che tristezza.
Franchi
stadio modello
Rimosse le gabbie
Dopo l'ultimo
sopralluogo effettuato dal questore, Francesco
Tagliente, importante intervento sul settore ospiti:
rimosse le reti metalliche e migliorata anche la
visibilità. Il tutto a 24 ore dal sì del Comune alla
"Cittadella viola"
FIRENZE - Un tassello dopo l'altro, e Firenze
cerca di vincere almeno il campionato dello stadio
modello per i tifosi. In questa ottica, dopo il sì
del Consiglio comunale alla ''Cittadella viola",
sono state rimosse le reti metalliche che fino alla
scorsa settimana coprivano il settore ospiti dello
stadio Franchi. Una intervento che consente un
notevole miglioramento della visibilità del campo da
gioco, prima ostacolata dalle reti metalliche e
dalle altre protezioni installate. Come viene
spiegato in una nota, il risultato giunge grazie ad
una sinergia iniziata da più di due anni tra la
Questura guidata da Francesco Tagliente, la società,
il comune e tutti gli altri soggetti coinvolti nella
gestione della sicurezza dell'impianto.
LE TAPPE INTERMEDIE - Già nei mesi precedenti
sono state realizzate alcune tappe intermedie, tra
cui la rimozione del filo spinato posto a
delimitazione del settore ospiti dello stadio
Franchi e Castellani di Empoli, nonché la rimozione
delle reti dietro le porte del campo da gioco del
Franchi. L'obiettivo finale, già pianificato, è la
rimozione dei separatori tra gli spalti e il campo
da gioco, che dovrebbe vedere una sua prima
attuazione in via sperimentale nei prossimi mesi nel
settore tribuna. A conclusione del sopralluogo
effettuato allo stadio, Tagliente si è detto certo
che le tifoserie ospiti sapranno apprezzare
l'iniziativa adottata per assicurare una migliore
accoglienza.
19/09/2009
Premessa doverosa: il nostro
discorso non ci porterà a parlare di moduli di gioco. Un
po' perchè pare che non esistano se non nel falso
bagaglio culturale di tanti allenatori, un po' perchè
sono rassicuranti per giocatori che amano mettersi tra
Tizio e Caio o tra Tizio e la linea laterale e lì
passare tutta la propria giovinezza. Però il campo va
occupato e crediamo abbastanza razionalmente. Almeno
fino a che l'arbitro non fischia l'inizio. E i primi a
decidere come occupare il campo di gioco con gli undici
uomini a disposizione furono come sempre gli inglesi.
Nei giorni del calcio pionieristico (fine '800) non
esistevano strategie o tattiche precise, ma una sola
regola: "Kick and run", "Calcia e corri". I pochi
difensori effettuavano lanci lunghi (vizio ancora in
voga) per la folta schiera di attaccanti (ora non sono
più tanti), spesso schierata in linea (non esisteva
l'attuale regola del fuorigioco). L'idea di calcio
prevalente era basata sulle qualità individuali, il
saper arrivare prima sul pallone, dribblare e tirare. Un
semplice triangolo era quasi considerata un'arma
sleale per superare i difensori. Il primo tentativo di
dare agli undici giocatori un gioco corale pare
sia dovuto all'iniziativa della squadra del college
di
Cambridge, che tenne a battesimo quella che fu
nota in seguito come "Piramide di Cambridge"
(foto sopra) o, più semplicemente, "Piramide". Ecco
quello che ci interessa della Piramide: la numerazione.
Perchè se ci pensate bene è da questo ordine che poi si
sono sviluppate le numerazioni che sono arrivate fino ai
giorni nostri, adesso soppiantate dai numeri fissi dei
professionisti ma ancora obbligatorie nei settori
giovanili e nei dilettanti. Si contava da destra a
sinistra, due difensori (2 e 3), tre centrocampisti (4,5
e 6) e cinque attaccanti ancora abbastanza allineati: 7
all'ala destra, 8 inside forward (attaccante
interno), 9 attaccante centrale, 10 era l'altro
inside forward e l'11 ala (winger) sinistra.
Dunque tre linee e qui si capisce perchè poi il 2 e il 3
presero in Italia il nome di terzini: solamente
per il motivo che erano originariamente la terza
linea sin dai tempi della Piramide. Il 5 e il 6, che
successivamente si affiancarono (soprattutto in Italia)
al 2 e al 3, non vennero mai chiamati terzini
nonostante assieme a loro formarono la terza linea
per decenni. Li chiamarono stopper e libero,
ma per oggi fermiamoci qua.
10/09/2009
Metti che una domenica ti schiero
il portiere di riserva o anche la riserva della riserva.
Partita tosta, trasferta lontana. Si perde, si sbaglia
un po' tutti, qualche errore dà nell'occhio più di
altri. Caccia al colpevole. Trovato!! Chiaramente è il
portiere di riserva. Anzi la riserva della riserva.
Siccome non c'è la TV e nessuno ha visto, tutti devono
sapere. Abbiamo perso perchè giocava la riserva della
riserva, scriva giornalista, la città deve sapere.
Domanda. Il portiere di riserva della riserva non
giocherà più ma, salvo miracoli, un'altra volta o due si
perderà ancora: poi a chi diamo la colpa?
05/09/2009
Non staremo qui a raccontavi chi
era Nils Liedholm e cosa ha rappresentato per il calcio
italiano e mondiale. Soprattutto la sua filosofia da
allenatore, che applicata al campo ha avuto una portata
rivoluzionaria, sicuramente pari solo al
Calcio Totale olandese. In Italia, tra gli anni '70
e '80, ha introdotto concetti, principi e metodologie
fino ad allora sconosciute, questo basta. Ci interessa
allora solo citarlo, estraendo sue parole da un
meraviglioso libro di Sebastiano Catte, "Nils Liedholm e
la memoria lieve del calcio" (Ethos edizioni) uscito
poco dopo la morte del tecnico svedese, avvenuta il 5
novembre 2007.
Calcio ed estetica: "...mi
ha fatto riflettere quello che scrisse uno scrittore
austriaco, per il quale il calcio costituisce per
moltissime persone forse l'unica porta d'ingresso al
godimento di tipo estetico. Anche per questo ho sempre
ritenuto giusto non separare mai l'esigenza dello
spettacolo e del bel gioco da quella della competizione.
E' una strada molto difficile ma, se si vuole essere
lungimiranti e si ha a cuore il futuro di questo sport,
occorre sforzarsi sempre di percorrerla, anche a costo
di rinunciare a qualche vantaggio immediato o a qualche
vittoria..."
Giocare bene: "...per
convincere i miei ragazzi cercavo di dimostrare loro che
la squadra che riesce a tenere la palla e cerca la
soluzione offensiva attraverso il gioco acquista una
sempre maggiore consapevolezza delle proprie forze.
Quando ho cominciato a giocare a calcio i miei primi
allenatori (come del resto molti tecnici di oggi)
parlavano di passaggi inutili quando assistevano al
ripetersi costante di una fitta serie di scambi a
centrocampo. Questi tecnici sottovalutavano l'importanza
del mantenimento della palla sul morale dei giocatori. A
volte un passaggio può apparire insignificante, però chi
riceve la palla ha sempre una diversa visuale del gioco
rispetto all'altro, il che gli può consentire di creare
situazioni di maggiore pericolosità. Man mano che
trascorrono i minuti cresce la fiducia in se stessi,
subentra una certa euforia, anche la fatica si
avverte meno, mentre gli avversari invece finiscono per
demoralizzarsi perchè corrono di più per conquistare il
pallone e sprecano maggiori energie. Quindi cercavo di
indurre i miei giocatori ad accettare l'idea che per
loro non sarebbe mai stato conveniente entrare in campo
con il solo obiettivo di non far giocare gli altri...."
23/08/2009
"Il calcio italiano soffre
della Sindrome del Colosseo". Letta una frase così,
questa estate, scritta da un autorevole ex allenatore,
ci ha incuriosito. Dal contesto era chiaro a cosa
alludesse. Il problema è che una ricerca sul
significato preciso di essa non è venuto fuori, per lo
meno da internet (anzi, provate anche voi e fateci
sapere). Trattasi di neologismo ? Comunque sia è di una
chiarezza estrema: o vinci o muori. Immaginate i giochi
che si svolgevano al Colosseo, lotte fra gladiatori, fra
gladiatori o condannati contro animali, o animali contro
animali. Complimenti sinceri all'ex allenatore e ora
commentatore su di un importante giornale sportivo.