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 09/08/2010

L'INTERVISTA

Montella e i giovani
"Pensare alla scuola"

Parla l'ex campione azzurro, allenatore dei Giovanissimi Nazionali della Roma: "Le convocazioni devono tenere conto dei voti. Vedo troppi ragazzi frustrati, senza titolo di studio. Questa diventa una fabbrica di falliti"

di MASSIMO MAZZITELLI
 

Montella e i giovani "Pensare alla scuola"

La celebre esultanza di Vincenzo Montella dopo un gol

 

ROMA - A Vincenzo Montella non serviva il fallimento nel mondiale della nazionale italiana per capire che le cose a livello di settore giovanile erano in crisi. Un anno fa cominciò la sua nuova carriera da allenatore con la Roma portando non solo i suoi 141 gol e 283 presenze in serie A, ma anche tante idee e una visione nuova di come una società di calcio dovrebbe far crescere campioni. Ha alternato il campo, Coverciano e corsi di aggiornamento alla Luiss. Ha allenato giovani di 14 anni ma non parlando solo di calcio. A Natale ha regalato a tutti i suoi ragazzi un libro, "L'alchimista" di Paulo Coelho con una dedica speciale "Per capire come inseguire e raggiungere un grande sogno". L'ex "aeroplanino" ha anche cercato di dare un'educazione sportiva ai genitori. Lettere per spiegare i danni del doping, l'importanza dell'alimentazione e soprattutto come gestire le esuberanze alla Balotelli e le depressioni per qualche panchina di troppo. "I genitori sono un grande problema. Troppe aspettative, troppa pressione sui ragazzi: sono tutti convinti di essere i papà di Totti".

Montella, per far crescere campioni non basta insegnare calcio?
"La prima domanda non deve essere come portare i giovani in serie A, ma come non creare degli infelici. Il calcio in Italia ha soprattutto un ruolo sociale. Delle migliaia di ragazzi che affollano i settori giovanili, arriva al professionismo una percentuale che sfiora l'1%. Di quelli che giocano nelle squadre Primavera, ad un passo dal professionismo, il 5% arriva in serie A e solo il 40% continua a giocare al calcio. Troppi giovani delusi, frustrati e senza titolo di studio. Una fabbrica di falliti".

Non è sufficiente fare l'allenatore...
"Non basta pensare solo alla tecnica. Le società di calcio hanno il dovere di pensare anche alla crescita della persona. Non serve insegnare solo stop e palleggi ma anche stimolare e curare la parte intellettiva dell'individuo: la convocazione per la partita dovrebbe tener conto anche dell'andamento scolastico. E negli staff dedicati ai settori giovanili dovrebbero esserci anche dei professori. Allenamenti e compiti. Avremo più campioni e meno infelici".

Ma per far ripartire il calcio in Italia non basta qualche libro in più.
"A questa 'rivoluzione' dobbiamo affiancarne un'altra di cultura sportiva. Nei settori giovanili non serve vincere, non deve essere questo il fine. Quest'anno alla mia prima esperienza nel campionato "Giovanissimi Nazionali" ho visto colleghi schierare giocatori che magari non sapevano stoppare un pallone ma erano alti 1.90 e fisicamente possenti. Era evidente che il loro unico scopo era vincere. Ma che senso ha? Il lavoro di un allenatore del settore giovanile si valuta da quanti ragazzi porta in prima squadra e non dalle coppe vinte".

In Spagna non guardano al fisico: Iniesta, Fabregas, Xavi, non sono giganti.
"Non sono certo io a dover dire che il fisico con il calcio conta relativamente. In Spagna guardano velocità di pensiero in campo e capacità tecniche. Sono queste le uniche doti vere che servono a un calciatore. Da noi invece conta prima il fisico. Ma la Spagna intanto vince a tutti i livelli, forse hanno ragione loro".

Rivera, Baggio e Sacchi. Cambierà qualcosa?
"Sono personaggi di grande livello e hanno le competenze giuste, ma le varie nazionali raccolgono quello che trovano. Il lavoro deve essere fatto dalle società, lì nascono e crescono i campioni".

L'impressione è che non ci sia più una scuola Italia.
"È vero ognuno va per la propria strada. Tante realtà diverse, anche di valore: penso ai vivai dell'Empoli, dell'Atalanta e della Roma. Intanto devono cominciare le società: metodo di allenamento unico, dai pulcini alla Primavera, con confronti settimanali tra i vari tecnici per verificare il lavoro. Così nasce una scuola, così nascono i campioni. Perché in Italia i talenti non mancano". 
(09 agosto 2010)

Fonte Repubblica.it

 

 07/08/2010

"Abbiamo tanti stranieri che la metà non li conosco. Il mio Milan aveva uno zoccolo che veniva dal vivaio e che gli dava identità e riconoscibilità. In Spagna il pubblico esige che il club dia spettacolo con i giocatori che ha cresciuto. Anche in Italia deve essere così: ci vuole pazienza. Nei settori giovanili la meritocrazia deve essere centrale, sia per i giocatori che per gli istruttori  e ne servono di bravi. E non voglio che si punti tutto sulla vittoria, ma sul giocar bene e sul crescere i più bravi. I talenti sono ben accetti, sono le squadre di 11 solisti che non vanno bene"

Arrigo Sacchi, neo coordinatore delle nazionali giovanili

 

 20/07/2010

"A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza in ogni angolo del mondo c'è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un' industria e sempre meno un gioco"

Zdenek Zeman

 

 

 15/07/2010

 

 

E' da diverso tempo che da queste pagine esaltiamo il calcio spagnolo, la sua mentalità, la sua bellezza estetica, il suo voler anteporre la qualità alla quantità, la cura  che hanno per i settori giovanili (le "cantere"). Tutto il contrario del nostro bel paese. Facciamo i complimenti agli amici spagnoli per questa meravigliosa e storica vittoria. Vamos!

 

 

 

 02/05/2010

 

Il Portsmouth insegna che il calcio è ancora il gioco più bello del mondo

BEPPE DI CORRADO ( IL FOGLIO)


 

Per trovare il calcio bisogna andare a Portsmouth. Lì c’è la storia dell’anno. Più del Barcellona che domina il mondo, più del Real che non vince niente dopo una campagna acquisti da Banca mondiale, più della Roma che sorpassa l’Inter dopo una corsa lunga otto mesi. Lì c’è la storia perché in un colpo si lavano le coscienze di tutto il mondo del pallone. Il Portsmouth racconta che si può perdere, fallire, retrocedere eppure giocare comunque. Un pallone, due porte, undici contro undici e chi vince vince. Il contrario del balletto su Calciopoli, il contrario delle voci sulle presunte pastette da fine campionato, il contrario delle partite che finiscono dopo un tempo perché una squadra smette di giocare per manifesto disinteresse per risultati e classifiche. 

A Portsmouth oggi c’è il peggio che si trasforma in meglio. Perché la squadra è ufficialmente retrocessa la settimana scorsa dalla Premier League alla Championship: era già messa male in classifica dall’inizio della stagione, poi il colpo di grazia l’ha avuto qualche settimana fa quando la Football Association l’ha penalizzata di nove punti per colpa del fallimento del club. Con 70 milioni di euro di debiti il Portsmouth è la prima squadra inglese a finire in amministrazione controllata in 18 anni di Premier League. Un primato scomodo, una figuraccia globale, perché anche i Pompeys – il nomignolo accompagna da sempre i giocatori della cittadina sulla Manica – sono un club internazionale: dopo tre cambi di proprietà in sette mesi, a febbraio c’era stato l’arrivo dell’uomo di affari di Hong Kong Balram Chainrai. Sembrava che si potesse entrare in un periodo di stabilità, ma poi l’affare è sfumato lasciando il club affogato in una situazione irreversibile.

Avrebbero potuto chiudere a Portsmouth. Anche perché il rischio finale non è quello di retrocedere in serie B, ma di essere radiati dal calcio inglese e quindi di essere costretti a ricominciare dai dilettanti. Sarebbe stato facile mollare, da un certo punto di vista sarebbe stato perfino ovvio. A Portsmouth no. Il calcio s’è preso la rivincita sulle dicerie, sulle voci, sul suo essere un mondo di viziati. La prima cosa che è successa è stata questa: Avram Grant, l’ex allenatore del Chelsea e oggi mister dei Pompeys, aveva chiesto di andar via per allentare la pressione sulle casse societarie esercitata dal suo ricco stipendio. Alla fine è rimasto: nonostante le sirene dell’Hull City, non ha voluto lasciare il Portsmouth: “Avevo pensato di lasciare questo club ma i tifosi mi hanno convinto a restare – ha detto – Resterò fino alla fine, voglio rispettare il mio contratto e non ho alcuna intenzione di mollare. Questo club è diventato molto importante per me. Ho chiesto ai nuovi vertici della società un minimo di stabilità e so che ci stanno lavorando. Ognuno però deve fare il suo”. Cioè i giocatori. Cioè i tifosi. Cioè il club. 


Ecco, i primi hanno giocato come se nulla fosse. Quando la squadra è stata penalizzata mancavano dodici partite alla fine del campionato: loro non hanno mollato niente. Se perdono succede perché gli altri sono più forti. I secondi uguale: lo stadio di Portsmouth continua a essere pieno anche se la retrocessione è matematica, anche se in futuro il calcio in città potrebbe sparire. E il terzo? Il club avrebbe potuto decidere di non pagare gli stipendi, di smantellare la squadra. Non è successo. Piuttosto è successo il contrario: la società ha chiesto l’ultimo sforzo: c’era la semifinale di FA Cup da giocare a Wembley questo week-end. E che fai? Vinci? Non è possibile, non per la mentalità dominante. Invece il Portsmouth ha vinto. Finale, cioè quanto non avrebbe potuto sperare neanche senza il caos finanziario. Finale contro il Chelsea, cioè contro l’antitesi pura dei Pompeys. Finale tra ricchi e neo pezzenti: rivincita morale e sportiva al chiacchiericcio pallonaro che vuole risultati scontati per situazioni scontate. Portsmouth è il calcio, da oggi fino al 15 maggio, il giorno della finale di FA cup. Wembley, di nuovo. Chi vince? Forse non è così ovvio.

 

 

 30/03/2010

“Quando il calcio è azione, il tanto desiderato equilibrio consiste in una semplice verità lapalissiana: allargare il campo se si attacca e restringerlo se si difende. Certo, chi vuole riuscirci deve conoscere il gioco, convincere i giocatori e lavorare. Una volta fatto ciò, si continuerà a dipendere dalla tecnica, dal talento, dall'astuzia dei calciatori che fanno la differenza, i quali molte volte, a cose fatte, non sanno nemmeno spiegare come ci riescono”.   Jorge Valdano


 

 

 09/02/2010

 

Spesso capita di raccontare questa storia ai nostri ragazzi, una storiella bizzarra ma che rende molto chiaro il concetto che vuole esprimere. Esaltando una qualità che spesso viene poco sollecitata a dovere ma che invece è fondamentale. La storiella è questa: fra non troppi anni anche la persona che avrà problemi gravi agli arti inferiori o avrà subito gravi traumi, grazie alla scienza potrà tornare a correre e giocare. Famoso è il caso dell'atleta sudafricano Oscar Pistorius che grazie a delle protesi alle gambe gareggia con ottimi risultati nelle gare di velocità sui 100, 200 e 400 metri. Poche speranze invece per chi non vede. Ma non perchè qui la scienza non stia facendo progressi, anzi. Si tratta di sottolineare un concetto: l'analizzatore ottico se non funziona a dovere o se non è sollecitato e allenato determina una catena di errori ed errate percezioni del sistema nervoso centrale che incidono profondamente sulle abilità tecniche. Avere un "buon piede" , udite udite, spesso significa avere un buon occhio. Saper utilizzare al meglio l'analizzatore visivo comporta quegli aggiustamenti di tensione muscolare tali da rendere buono il rapporto del piede (della testa, del petto, della coscia ecc) con la palla. Uno stop ben riuscito non è dato da una certa grandezza del piede (basta con la storia del "piede piccolo, piede buono", non se ne può più di certi falsi miti...) ma soprattutto dalla giusta tensione muscolare. Ma non addentriamoci troppo in tecnicismi e proponendovi questo video-test invitiamo allenatori e addetti ai lavori a non sottovalutare l'aspetto visivo nel gioco del calcio.

 

 

 31/01/2010

 

E noi che pensavamo di averle viste tutte, pensavamo che tutto era successo in questo sport, che ormai le qualità fisiche, che gli ordini rigidi di allenatori facessero la partita, che la tattica (difensiva) fosse il presente e il futuro  (oltre al denaro...). Invece....invece all'improvviso qualcuno si ribella. E tu mentre vedi questo ragazzo davanti al portiere, pensi che sia importante che la butti dentro, la sua squadra vince 1-0, c'è la necessità di chiudere la partita. Pensi che basti tirare bene, rasoterra e angolato o al massimo scartare il portiere, male che ti va prendi rigore ed espulsione. Invece no. Il ragazzo fa qualcosa che ti fa sobbalzare dal divano di casa. Qualcosa che prima non esisteva. Qualcosa che esiste solo per chi pensa che in questo sport si può e si deve continuare a inventare. Grazie Guti.

 

 06/01/2010

 

Riassunto:

  1. Se tu hai il pallone l'avversario non ce l'ha;

  2. L'importante è il ritmo del pallone;

  3. Potenziare le qualità tecniche;

  4. Vincere gli 1 contro 1;

  5. Meglio vincere 5-4 che 1-0

 

 

 19/12/2009

Per chi bonariamente ci accusa (accettiamo volentieri le accuse) di una certa esterofilia che emerge dalle pagine di questo Blog, rispondiamo altrettanto bonariamente allargando le braccia e mostrandovi come anche altre voci (mila volte più autorevoli della nostra) raccontano di una pessima realtà del nostro calcio. E' purtroppo ovvio che, nonostante la sua peculiarità, il mondo giovanile non ne può uscire del tutto indenne. Il calcio degli adulti, il calcio professionistico resta comunque un punto di riferimento tecnico e organizzativo che a cascata scivola fino alle categorie dilettantistiche. C'è una sorta di contagio che ha risvolti tecnici (si gioca male e nessuno fa niente per ridare dignità alla qualità di gioco) ed economici (entro nel calcio per soldi e non per passione) che travolge tante società giovanili e dilettanti. Inutile nascondere ciò che tutti vedono (e forse, per abitudine e assuefazione, non si vede più).

Troppa tensione, poche idee.

Così affonda il calcio italiano



Un calcio affamato di soldi, ricco di debiti e povero di idee. Senza guardare al resto d’Europa, perché il paradiso
terrestre non esiste da nessuna parte, è evidente che il campionato italiano offre uno spettacolo di bassa qualità, in teatri del tutto inadegua­i e su campi poco meno che vergognosi. Rivedere, per conferma, Juve-Inter 2-1                    (5 dicembre), che avrebbe dovuto rappresentare la migliore espressione del pallone italiano e che invece è stata una delle peggiori partite degli ultimi dieci anni. Ci si è preoccupati di tutto, tranne che di giocare. E anche nella penultima giornata prima delle vacanze di Natale, la situazione non è migliorata, salvo pochissime eccezioni (Parma, Chievo, Bari): nessuna delle squadre impegnate in Champions League è riuscita a vincere. Un punto (l’Inter   contro l’Atalanta) in quattro non è il massimo.

A guardare il quadro generale, sarebbe curioso se capitasse il contrario, perché gli argomenti sono sempre gli stessi, così come è identica la voglia di ignorarli. Quando si discute di calcio, anche ai massimi livelli istituzionali, non si affrontano le questioni tecniche, mai che si senta parlare di un progetto globale, di un’idea comune, del gioco in quanto tale, invece che del denaro. Nemmeno le disavventure dell’Under 21, che un tempo dominava l’Europa e adesso rischia di guardare l’Olimpiade di Londra davanti alla tv, con i vivai travolti dall’ondata degli stranieri, sembrano aver mosso le acque. In Lega, da mesi, si litiga soltanto per i soldi, da dilapidare nell’ingaggio di un giocatore in più oppure nel cambio di un allenatore. Sono già stati cambiati 8 tecnici su 20, il segnale che, nel migliore dei casi, è stata sbagliata la scelta iniziale oppure si procede in nome di un avventurismo tecnico inquietante. Ai vertici del calcio pro, c’è chi ha difeso il campionato di serie A a 20 squadre e quello di B a 22, perché così le tv versano più soldi ai club (da sperperare in fretta), mentre chiunque conosca un po’ il calcio sa che si tratta di un format pletorico, un brodo allungato con l’acqua, e dunque senza sapore. Poi           all’improvviso si scopre che chi fa le coppe gioca troppo e non ha tempo per allenarsi bene; aumentano le rose e anche gli infortuni; scende la qualità globale del prodotto. Nonostante questo, si andrà avanti così almeno fino al 2012, per questioni televisive. Anche i 90 club della Lega pro sono un’esagerazione quantitativa, ma nessuno ha il coraggio di fare la prima mossa.

In Italia conta soltanto il risultato; vincere significa trascorrere una settimana serena, al riparo dalle ire dei presidenti e da quelle degli ultrà, che spesso minacciano i giocatori,
senza che nulla accada. Le partite sono soprattutto scontro fisico, duelli uno contro uno, che la questione dell’arbitraggio all’inglese, formula ad alto gradimento, ma molto teorica, non ha risolto, perché di colpi proibiti se ne vedono sempre tanti, anche se spesso gli arbitri preferiscono ignorarli. Dietro all’esasperazione tattica e allo studio dei dettagli, si nascondono un calcio rattrappito e la voglia di non far giocare l’avversario, anche a costo di non giocare, sperando nel colpo di scena finale, che serva a casa i 3 punti.

Del resto, se dopo Ascoli- Reggina (1-3) Pillon è finito sotto processo per un gesto di fair play applaudito da tutta Europa, e la risposta al coraggioso appello lanciato venerdì dall’avvocato Campana contro alcuni comportamenti dei giocatori è stato il finale di Cagliari-Napoli, ci si rende conto di quanto il calcio italiano sia povero di valori sportivi. Ma il caso-Pandev, nella sua quotidiana evoluzione non soltanto temporale, riassume la totale assenza di etica del nostro pallone. La televisione ha svuotato gli stadi, ma le società, salvo rare eccezioni (la lettera di Galliani agli ex abbonati), non fanno nulla per cercare di ripopolarli. Bisognerebbe chiedersi perché, domenica, in Atalanta- Inter, un terzo dello stadio di Bergamo fosse deserto, mentre vent’anni fa (29 gennaio ’89, stesso risultato: 1-1) erano rimasti fuori dallo stadio in almeno 3 mila. Chi va allo stadio, fa tutto tranne che il tifo per la propria squadra: i cori più gettonati sono gli insulti agli avversari, quando non si sconfina nel razzismo. Gli stadi trasformati in arene, con l’Europa che guarda allibita lo spettacolo. Più che un calcio povero, un povero calcio.

FABIO MONTI  (Corriere della Sera)

 

 08/12/2009

Rissa fra genitori, Pulcini a casa
I dirigenti: "Ci vergogniamo"

Un acceso diverbio sugli spalti spaventa i bambini in campo: i due allenatori decidono di sospendere la gara fra Affrico calcio e Firenze Sud ritirando le squadre. Il d.s. spiega: "Quel gesto non ci appartiene. La partita sarà recuperata e organizzeremo una festa"

FIRENZE, 7 dicembre 2009 - "Ci vergogniamo per quanto accaduto, ma quell'invito a picchiare urlato da un adulto ai nostri bambini non ci appartiene e per rimediare abbiamo già programmata una serie di iniziative". Così il direttore sportivo della società Affrico calcio, Matteo Petrachi commenta la sospensione della gara tra i Pulcini dell'Affrico e del Firenze Sud perchè dalle tribune arrivavano inviti ad un agonismo sfrenato. "Lavoriamo con 250 ragazzi, cinque anni fa ne avevamo 50. Insegniamo a giocare e trasmettiamo valori - spiega Petrachi -, per questo dico che quel gesto non ci appartiene. Da molti siamo ritenuti un esempio. La partita sarà recuperata e in quella occasione organizzeremo una festa. Ho già parlato con l'altra società e c'è l'ok: faremo entrare in campo i ragazzini tenendosi per mano, faremo il cosiddetto "terzo tempo" a fine gara e poi una merenda che coinvolga tutti". All' Affrico lavora come consulente Celeste Pin, ex stopper della Fiorentina e dal vivaio della società sono usciti diversi giocatori che sono arrivati al professionismo: l'ultimo è l'attaccante dell'Albinoleffe Marco Cellini che nelle ultime due stagioni ha segnato per i bergamaschi 28 reti.

Una partita fra Pulcini

Una partita fra Pulcini

Ieri l'episodio: una lite in tribuna tra i genitori; i giocatori, tutti della categoria Pulcini, età 8 anni, che si spaventano e non riescono più a giocare; quindi la decisione degli allenatori di ritirare le squadre dal campo. L'episodio è avvenuto a Firenze durante la gara Affrico-Firenze Sud ed è stato riportato oggi dal quotidiano Il Firenze. I bambini stavano disputando la loro partita - una gara di esibizione - al campo sportivo di viale Fanti, sede della società Affrico, una delle polisportive più antiche di Firenze. Ad un certo punto, però, nel secondo tempo, genitori e parenti dei bambini hanno cominciato ad offendersi. La lite si sarebbe scatenata dall'eccessivo incitamento di un padre che pretendeva più agonismo e più cattiveria. Un suggerimento lontano dal fair play che dovrebbe valere sempre nello sport e in particolare a livello giovanile, e che ha scatenato una furibonda discussione. Anche i due allenatori in campo si sono messi a discutere. Le urla hanno talmente spaventato i bambini da inibirli nel seguire il gioco. Si sono fermati per la paura di quello che stava succedendo tra i loro familiari. Uno dei due allenatori, sembra quello del Firenze Sud, ha deciso di ritirare la squadra, seguito dal collega. Oggi partirà il report alla Figc, un resoconto dovuto al termine di ogni incontro disputato sotto l'egida della federazione in cui verrà spiegato il motivo dell'interruzione della partita.

Fonte www.gazzetta.it

 

 25/11/2009

Da Milano al Camp Nou
per tifare Guardiola

Il racconto di un tifoso speciale: uno dei 200 italiani soci del club catalano.


di LUIGI BOLOGNINI

Da Milano al Nou Camp per tifare Guardiola

BARCELLONA - "Avui som 93.524" strombazza il maxischermo a inizio secondo tempo, quando la furia blu e granata si è un pochino sopita, l'Inter barcollante respira e lo spettatore può sollevare gli occhi dal campo senza timore di perdere qualcuna delle delizie sotto forma di riccioli, svolazzi, palleggi, schemi, del primo tempo. Sembra friulano, ma è catalano: "Oggi siamo 93.524".
Diciamola meglio, al Camp Nou siamo 93.523 più 1. Me. Al debutto dal vivo come socio del Fc Barcelona. Uno dei circa 200 soci italiani sui 170mila sparsi nel mondo. Anche se per la verità 140mila sono concentrati in Catalogna, cosa che fa del club "mes que un club", più di un club, dice il motto sociale (questione di resistenza alla dittatura di Franco, all'identità spagnola, al Real Madrid filogovernativo), e rende le partite in casa sempre molto affollate. Figuriamoci questa, che è quella della vita o della morte: perdere vuol dire eliminazione certa dall'Europa, pareggiarla quasi. Bisogna vincere, perdipiù con mezza squadra rapita da influenza suina e infortuni vari, per questo i ragazzi hanno bisogno anche di me, per questo - prevedendo tutto, neppure fossi Otelma - ho prenotato il mio posto due mesi fa. Noi soci possiamo: in cambio di 150 euro l'anno, oltre a una tessera stile Bancomat con foto, banda magnetica e codice Pin, a una sacchettata di gadget tipo tshirt, spilline e dvd rievocativo della stagione, al voto per rinnovare le cariche sociali, ho anche diritto di prelazione con sconti minimi del 20 per cento su tutte le partite in casa. Quei 150 euro che - sia chiaro - ho orgogliosamente versato via Internet con Visa il 26 maggio, vigilia della finale di Champions League a Roma. Questo tanto per far capire che non salgo sul carro del vincitore, ma anzi, mi metto tra le stanghe a tirarlo.
È stato principalmente un gesto di rifiuto nei confronti del calcio italiano. Meglio scappare, anche se finora solo virtualmente con Sky o Youtube, meglio scoprire che un altro calcio è possibile: un calcio fatto di poesia, gusto per l'estetica (certi schemi sembrano copiati dalle linee arzigogolate di Gaudì), un allenatore che parla sì in conferenza stampa ma non rilascia interviste, senso del collettivo cui si è dovuto inchinare anche l'individualista per eccellenza Ibrahimovic; rispetto dei giovani, ovvero del vivaio (ieri sette in campo, più l'allenatore Guardiola, venivano da lì); assenza di violenze (poliziotti intorno al Camp Nou ieri sera: zero, solo i vigili urbani a regolare il traffico). Mai polemiche (il massimo di insulti a Mourinho è stato "interprete", ricordando quando qui era il vice di Robson cioè ne traduceva i discorsi in spagnolo). Non esiste il razzismo: niente cori contro, magari su colore della pelle, origini razziali e bagatelle simili, solo canti di incitamento. E lo sponsor al Barcellona non paga, ma viene pagato: è l'Unicef.
Ecco perché ieri sera dovevo esserci dal vivo, poteva essere la fine o una botta quasi letale a tutto questo. Così, vestito con blue jeans e camicia granata, ho preso un aeroplanino da Milano carico carico di interisti, e dopo aver girato un po' la città mi sono fiondato in metrò (incredibile, per chi a Milano ha San Siro a chilometri da una fermata) al Camp Nou, una città camuffata da stadio. Il museo più visto di tutta Catalogna, con coppe, foto, video, cimeli, un negozio con qualunque cosa purché tinto di blaugrana una serie di bar dove i tifosi si fanno tranquillamente flebo di sangria come fosse un happy hour, ma più civile, un afflusso di gente di ogni età e sesso, muri senza una scritta, strade pulite, un'attesa che si fa serrata ma serena: "Noi la partita decisiva non la sbagliamo mai, minimo due gol glieli facciamo", dice un ragazzino seduto accanto a me. Tutti attorno a me, i miei colleghi di tifo, ben più rodati, cantano forsennati l'inno della Catalogna e quello della squadra: "tenim un nom, el sap tothom, Barça, Barça, Barça", "abbiamo un nome che conoscono tutti, Barça, Barça, Barça". Imparerò, nelle prossime trasferte in casa.

(fonte Repubblica.it)



 

 20/11/2009

Dunque questa era la situazione numeri a metà secolo: 2,3 e 5 costituivano la linea difensiva, 4,6,8 e 10 una sorta di quadrilatero di centrocampo con gli ultimi due in supporto del tridente 7,9 e 11. Il famoso WM. Grandi dibattiti e scuole di pensiero intorno alla presunta fragilità di una difesa costretta quasi sempre a subire un 3<3. Ed ecco nascere prima in Svizzera e poi (da aspettarselo...) in Italia, nuovi accorgimenti difensivi. Anzi uno in particolare ci interessa e ci permette di spiegare certe abitudini e consuetudini con i numeri di maglia. C'è chi iniziò portando il proprio n.9 in marcatura sul centravanti avversario lasciando il 5 libero da marcature e pronto all'intervento in seconda battuta. Sembrerebbe un assurdo ma il concetto era quello: non lasciare che una volta perso il duello individuale l'attaccante volasse solitario verso la porta. Nasce la figura del libero (sweeper, foto sopra), libero dalla marcatura diretta, libero di presidiare le spalle dei tre marcatori, di intervenire (più o meno elegantemente) sulle marcature saltate dei propri compagni. Oppure di costruire gioco in qualche caso (Scirea, Beckenbauer). Il n.6 fu tolto dal centrocampo e messo lì. Rompendo però equilibri in mediana. Perchè il n.7 per antonomasia diventò l'ala tornante? Facile, colpa del 6 che abbandonò e indebolì il centrocampo. Il 7 tornava per non lasciare in inferiorità numerica 4,8 e 10. Dando così coraggio al 3 avversario che negli anni si trasformò in fluidificante solo perchè trovò spazio davanti . Il cane che si morde la coda.

 

 17/11/2009

Questa estate abbiamo evidenziato che nella nostra cittadina gli spazi di gioco libero, i campi da calcio di periferia (le scuole calcio per eccellenza) o erano deserti o impraticabili. Brutte notizie giungono anche dalla patria del gioco libero (Fonte repubblica.it).

Via il calcio dalle spiagge
Copacabana è più triste

Fine di un'era: il sindaco vieta il pallone al mare. E' il nuovo Brasile che prepara Mondiali e Giochi. Un gioco libero che ha formato talenti come Romario. Ora sarà impedito da 396 agenti
di EMANUELA AUDISIO

Via il calcio dalle spiagge Copacabana è più triste

Edmundo gioca sulla spiaggia di Rio

E' li che diventavi grande. Con una rovesciata sulla sabbia raddrizzavi il destino. E' lì che ti smarcavi dal passato e facevi un tunnel al futuro. Sulla spiaggia, davanti all'Oceano. A Copacabana, a Ipanema. E' lì che andavano tutti quelli che cercavano un posto in alto e una promozione dal basso. Bruno Conti, già campione del mondo, in vacanza a Rio, venne scartato, gli dissero che la sua fantasia lì non bastava per entrare in squadra. Quella spiaggia non era posto per prendere il sole, ma scuola per i poveri. Cultura a chilometro zero. Bastava andare al mare, palleggiare, non far mai cadere il pallone sulla sabbia, tutto di prima, per divertirsi, sentirsi Pelé e laurearsi: os reis do futebol. Tutti re, e i somari in porta. Non è un caso che Nilton Santos, due volte campione del mondo, soprannominato "A Enciclopedia", perché sapeva fare tutto, difendere e attaccare, la sua arte l'abbia imparata proprio lì.
In Europa ci sono le scuole di calcio, a Rio come asilo c'è la spiaggia, che serve pure come casa di riposo e centro culturale. Un gol e la vita va a posto. Ma dal primo dicembre tutto finisce. Basta, futebol libero e selvaggio. Troppa anarchia non è moderna. Divieto assoluto di giocare dalle 8 alle 5 del pomeriggio. Niente più divertimento gratis, è troppo cheap. Il Brasile si adegua, niente più pallone. Rio diventa una spiaggia proibita, tutto cambia, anche i sogni che non rimbalzano. Lo ha deciso il sindaco Eduardo Paes, eletto a gennaio, per dare una nuova immagine alla città che ospiterà i mondiali di calcio 2014 e i Giochi Olimpici del 2016. E già, perché erano le pallonate in riva all'Atlantico che deturpavano la città. Così 396 agenti vigileranno: non sulla criminalità, non sul traffico dei narcos, che un mese fa hanno anche abbattuto un elicottero della polizia, ma sui quei criminali che giocano a pallone sulla spiaggia. Vietato anche il frescoball, il gioco dei racchettoni. "La palla di gomma è dura e fa male".
Fa male anche cancellare una tradizione che ti ha dato una storia nel mondo. Claudio Ibrahim Vaz Leal meglio noto come Branco, difensore e campione del mondo nel '94, è passato per l'università del pallone di Rio. Spiaggia e compito: come tirare le punizioni. Branco calciava con la tecnica che prevede di colpire il pallone con le tre dita esterna del piede, in modo da imprimere al pallone delle traiettorie improvvise, e teneva basso il baricentro. Così il tiro viaggiava rasoterra o a mezz'aria. Risultato micidiale, tanto che nel '90 mandò all'ospedale per trauma cranico MacLeod, giocatore della Scozia, che in barriera aveva tentato di colpire il pallone di testa. L'attaccante Edmundo soprannominato "O' Animal", per via del suo carattere e di quello che gli usciva quando era storto, mise la spiaggia di Rio nel contratto che lo legava alla Fiorentina, per poter volare quando voleva nel suo carnevale sul mare e divertirsi come pareva a lui. Edinho che ha giocato anche nell'Udinese, difensore brasiliano, eccellente rigorista, è un altro prodotto della spiaggia di Rio. Romario, detto Baixinho (Bassino) per via della sua statura ridotta, campione del mondo nel '94, più di mille gol in carriera, ha imparato i dribbling stretti sulla sabbia e ha pure continuato con il beach-soccer. Così con un colpo di spugna se ne vanno tanti colpi di tacco.
 

(10 novembre 2009)

 

 09/11/2009

Questione di linguaggio. Forse solo di quello, almeno speriamo. Ci sono termini e frasi fatte che si sentono intorno al mondo del calcio giovanile. E visto che anche noi ne facciamo parte ci dispiace ascoltarle. Il nostro sforzo è rivolto ai ragazzi e alla loro crescita. Alla società U.S. e al suo futuro. Però abbiamo orecchie. E abbiamo voglia di smontare questi luoghi comuni. Proprio perchè ci interessa che i ragazzi crescano nel vero spirito di una Scuola Calcio. Scuola non sta lì per caso. Ognuno di noi prima di andare a lavorare è andato a scuola. Bene, un giorno, ce lo auguriamo, i nostri e vostri ragazzi saranno dei calciatori, ma adesso vanno a scuola. A Scuola Calcio. E a scuola le problematiche e gli obiettivi sono diversi dal mondo del lavoro (e dal calcio degli adulti). A Scuola Calcio si apprende, si cresce, si sbaglia, si migliora, si sperimenta, si fanno esperienze, delusioni, gioie, ci si confronta con altri gruppi, altre città, altre realtà. Dunque ci sono le partite. "La prossima partita è importante, bisogna vincerla". Ok, quali sono le partite importanti e perchè? Ma importanti per cosa? Linguaggio spudoratamente copiato dal calcio degli adulti e trasferito dietro la rete di migliaia di campi da calcio solcati da giovani calciatori. Il tifoso che segue una qualsiasi prima squadra spesso si avvicina alla squadra giovanile sbirciando e informandosi sulle classifiche di Giovanissimi e Allievi. E valuta importante (per cosa?) questa e quella partita. Un consiglio: rilassatevi, è solo un gioco.

 

 22/10/2009

Oggi compie 60 anni Arsène Wenger (foto sopra), allenatore ormai da 13 anni dell'Arsenal. Ci piace festeggiarlo perchè è nota la sua qualità nel valorizzare i giovani calciatori e inserirli in prima squadra (e facendoli spesso giocare) in età assai precoce. Citiamo una sua dichiarazione di oggi, a domanda su cosa avesse imparato dopo tanti anni di calcio: "Ho imparato anche l'umiltà. A volte si pensa che a 40 anni si sappia già tutto, ma ho scoperto che tutti possono avere ragione nel calcio. Qualcuno non del mestiere può dire qualcosa di completamente stupido e avere ragione".

 

 15/10/2009

Ma come ci finì il n° 5 in difesa? Colpa (o merito, dipende dai punti di vista) degli inglesi. Un po' perchè per primo fu il tecnico dell'Arsenal, Herbert Chapman, a rivoluzionare la posizione del centromediano, portandolo tra i fullback, un po' perchè ci fu nel 1925 un cambio regolamentare di non poco conto. E furono gli inglesi a stabilirlo, inventori di questo sport e unici a poter metter mano alle regole tramite l'IFAB (International Football Association Board, organismo attualmente composto da otto membri, quattro nominati dalla FIFA e quattro dalle federazioni calcistiche del Regno Unito. Nel consiglio dell’IFAB ogni federazione britannica dispone di un solo voto, mentre la FIFA di quattro, ma ogni modifica o aggiunta deve essere approvata con sei voti. Di conseguenza, nessuna modifica può essere adottata senza il placet della FIFA, ma la stessa FIFA da sola non può adottare modifiche perché ha bisogno del voto di almeno due federazioni britanniche). Il cambio regolamentare fu il seguente: si passò dal fuorigioco a tre (ovvero per essere in gioco al momento del passaggio dovevi avere tre uomini tra te e la porta, di solito due difensori e il portiere) al fuorigioco a due (coincidente con la regola attuale). In tempi di vecchia regola era sufficiente che uno dei due terzini salisse che l'attaccante avversario era in fuorigioco o male che andasse si aveva sempre una copertura. Ora non più, se la tattica del fuorigioco falliva (e tra l'altro non era sistematica e ricercata come oggi) avevi davanti a te solo il portiere. Che fare? Chapman pensò allora di inserire in n° 5 tra i terzini che si allargarono esternamente (foto sopra), dando inizio ufficialmente e forse senza volerlo alla marcatura ad uomo (2 sull'11, 5 sul 9 e 3 sul 7). A centrocampo si delinearono ancor più le differenze tra giocatori di fatica (4 e 6) e giocatori creativi più avanzati (8 e 10) e si delineò così il famoso schieramento WM, legato in Italia soprattutto al Grande Torino ma non alla tradizione e alla mentalità del nostro paese, che emerse successivamente con un 'altra modifica di cui vi scriveremo.

 09/10/2009

La Piramide di Cambridge  prevedeva dunque cinque attaccanti, allineati da destra a sinistra, dal n°7 all'11. Tre centrocampisti, 4,5 e 6 (con un ruolo fondamentale per il centromediano, il n.5) e i due terzini (2 e 3) chiamati tali perchè facenti parte della terza linea. La successiva evoluzione ci porta a capire perchè poi per tantissimi anni il n°10 e l'8 divennero centrocampisti di qualità, soprattutto il 10, attribuito ancor oggi a giocatori di talento. Nasce il Metodo (foto sopra), uno schieramento con due difensori arretrati (i terzini) che avevano il compito di presidiare gli attacchi portati centralmente dalla squadra avversaria. Il primo era chiamato "di volata", in quanto si occupava di marcare direttamente l'attaccante avversario, in genere il centrattacco, mentre il secondo veniva denominato "di posizione" perché aveva il compito di presidiare l'area di rigore ed accorrere in sostegno del difensore in difficoltà: si trattava di una sorta di libero ante litteram. Il compito di controllare le ali spettava ai due mediani laterali, che potevano talora sostenere i centrocampisti, in fase di attacco. Il cardine della manovra era il giocatore centrale posto dinnanzi alla difesa, detto centromediano metodista, che era il "regista arretrato" della squadra. Infine, l'arretramento verso la mediana dei due inside forward, gli "attaccanti interni" della piramide (detti anche "mezze ali", il n°8 e 10 appunto) dava origine ad una formazione del tipo 2-3-2-3, o "WW", poiché ripeteva sul campo la forma di queste lettere. In questo modo si creava di fatto una superiorità numerica a centrocampo: la difesa risultava più protetta e i contrattacchi risultavano più rapidi ed efficaci. Ecco dunque svelato il segreto dell'attribuzione dei numeri 8 e 10, frutto di un semplice arretramento a centrocampo per dare equilibrio alla squadra. Una ricerca di equilibrio talmente esasperata che porterà poi ad altre modifiche che riguarderanno sopratutto il n°5 e 6. Siamo ancora agli anni '20, la storia non finisce qua.

 05/10/2009

Dalla rubrica "Tanto è un gioco" della Gazzetta dello Sport
 
                           DOV' E' LA SPAGNA ?  A UN' ORA DI GIOCO
 
Premessa: il possesso palla è un indicatore relativo. Se una squadra segna, poi cede il pallino e si difende bene, stramerita la vittoria e se ne strabatte del possesso altrui. Però , a volte, il controllo del pallone qualcosa rivela. Prendiamo il primo turno di Champions. Le 4 italiane hanno tenuto palla per 100 minuti complessivi, tondi tondi dice l'Uefa: Milan e Juve 27, Inter e Fiorentina 23. Le inglesi per 139 e le spagnole per 166. Significa che la Spagna ha tenuto la palla 66 minuti più di noi. Fa impressione dirlo: ha giocato un'ora di più. A volte ce lo chiediamo: quanto è distante la Spagna ? Dista più o meno un'ora di gioco. Qualcuno può obiettare: sì ma il Real ha affrontato lo Zurigo, sì ma intanto lo Zurigo ha tenuto palla per 33 minuti , più di qualsiasi squadra italiana. Si ma la Fiorentina ha giocato un tempo in dieci. Vero. Ma nel duello complessivo con le tre francesi siamo sotto comunque: 6 minuti di possesso in meno. Nessuna delle 5 squadre schierate da Spagna, Inghilterra e Germania ha tenuto palla per meno di 30 minuti, nessuna delle nostre per più di 30 minuti. Meno dei 23 minuti di possesso dell'Inter hanno fatto solo 4 squadre : Rubin, Unirea, Debreceni e Standard. Per quanto li prendiamo con le molle, i numeri del possesso palla ci lasciano fastidiosi sensi di colpa. Noi ci siamo esaltati per Buffon e Inzaghi. Siamo bravi a fermare il pallone e a calciarlo, a tenerlo facciamo più fatica: siamo estremisti, ispirati nella disperazione (gol da evitare) e nell'eccitazione (gol da fare), a disagio nella moderata allegria del gioco . Nessuno può insegnare a Buffon dove buttarsi o a Inzaghi dove piazzarsi: lo sentono. Ma per tenere palla non basta l'istinto. Serve lavoro tecnico (il piede istruito sbaglia meno passaggi) e tattico: è l'allenatore che da sicurezza con la forza del gioco (vedi il Genoa di Gasperini). Il lavoro è la navicella che può avvicinarci alla Spagna ed evitare che il Barça vanti ancora il 67% di possesso palla. Ripetere che siamo figli del Piave e che, a forza di resistere e ripartire, ci siamo fatti una storia, non può diventare un alibi davanti al futuro che ci chiede di cambiare.

LUIGI GARLANDO
 

 23/09/2009

Riportiamo da Repubblica.it questo interessante articolo. Che ci fa riflettere. Un plauso innanzitutto al calcio inglese che non solo non ha barriere sugli spalti ma addirittura ci sono panchine (vedi Manchester United, Old Trafford) piazzate in mezzo al pubblico. Ferguson lo vedi esultare (e masticare il chewing gum) con l'abbonato Smith alle spalle, i panchinari imbronciati vicino ad una famiglia al completo. Chiaramente anche la panchina ospite è nelle stesse condizioni. Ancelotti lo vedrete a breve a 5 metri dai tifosi dei Red Devils durante il big match. Ci assumiamo la responsabilità di prevedere che nessuno lo chiamerà maiale (pig in inglese) nè tantomeno gli arriveranno sputi o monetine. Tutto ciò succede a livelli altissimi, in un paese che negli anni '70 e '80 ha avuto a che fare con seri problemi causati dagli hooligans. In Italia che succede? Cosa bisogna fare perchè ti autorizzino a giocare in Serie D?  Devi mettere le gabbie! Non ci credete? Sapete dove trovarle, non scherziamo. Drogba ti dà un cinque dopo che fa gol, Gerrard si fa scompigliare dai tifosi della Kop  (la curva del Liverpool all'Anfield Road). In Serie D (Lega Pro, Serie B, Serie A) tutti in gabbia. Che tristezza.

Franchi stadio modello
Rimosse le gabbie

Dopo l'ultimo sopralluogo effettuato dal questore, Francesco Tagliente, importante intervento sul settore ospiti: rimosse le reti metalliche e migliorata anche la visibilità. Il tutto a 24 ore dal sì del Comune alla "Cittadella viola"

Franchi stadio modello Rimosse le gabbie

 

FIRENZE - Un tassello dopo l'altro, e Firenze cerca di vincere almeno il campionato dello stadio modello per i tifosi. In questa ottica, dopo il sì del Consiglio comunale alla ''Cittadella viola", sono state rimosse le reti metalliche che fino alla scorsa settimana coprivano il settore ospiti dello stadio Franchi. Una intervento che consente un notevole miglioramento della visibilità del campo da gioco, prima ostacolata dalle reti metalliche e dalle altre protezioni installate. Come viene spiegato in una nota, il risultato giunge grazie ad una sinergia iniziata da più di due anni tra la Questura guidata da Francesco Tagliente, la società, il comune e tutti gli altri soggetti coinvolti nella gestione della sicurezza dell'impianto.

LE TAPPE INTERMEDIE - Già nei mesi precedenti sono state realizzate alcune tappe intermedie, tra cui la rimozione del filo spinato posto a delimitazione del settore ospiti dello stadio Franchi e Castellani di Empoli, nonché la rimozione delle reti dietro le porte del campo da gioco del Franchi. L'obiettivo finale, già pianificato, è la rimozione dei separatori tra gli spalti e il campo da gioco, che dovrebbe vedere una sua prima attuazione in via sperimentale nei prossimi mesi nel settore tribuna. A conclusione del sopralluogo effettuato allo stadio, Tagliente si è detto certo che le tifoserie ospiti sapranno apprezzare l'iniziativa adottata per assicurare una migliore accoglienza.

 

 19/09/2009

Premessa doverosa: il nostro discorso non ci porterà a parlare di moduli di gioco. Un po' perchè pare che non esistano se non nel falso bagaglio culturale di tanti allenatori, un po' perchè sono rassicuranti per giocatori che amano mettersi tra Tizio e Caio o tra Tizio e la linea laterale e lì passare tutta la propria giovinezza. Però il campo va occupato e crediamo abbastanza razionalmente. Almeno fino a che l'arbitro non fischia l'inizio. E i primi a decidere come occupare il campo di gioco con gli undici uomini a disposizione furono come sempre gli inglesi. Nei giorni del calcio pionieristico (fine '800) non esistevano strategie o tattiche precise, ma una sola regola: "Kick and run", "Calcia e corri". I pochi difensori effettuavano lanci lunghi (vizio ancora in voga) per la folta schiera di attaccanti (ora non sono più tanti), spesso schierata in linea (non esisteva l'attuale regola del fuorigioco). L'idea di calcio prevalente era basata sulle qualità individuali, il saper arrivare prima sul pallone, dribblare e tirare. Un semplice triangolo era quasi considerata un'arma sleale per superare i difensori. Il primo tentativo di dare agli undici giocatori un gioco corale pare  sia dovuto all'iniziativa della squadra del college di Cambridge, che tenne a battesimo quella che fu nota in seguito come "Piramide di Cambridge" (foto sopra) o, più semplicemente, "Piramide". Ecco quello che ci interessa della Piramide: la numerazione. Perchè se ci pensate bene è da questo ordine che poi si sono sviluppate le numerazioni che sono arrivate fino ai giorni nostri, adesso soppiantate dai numeri fissi dei professionisti ma ancora obbligatorie nei settori giovanili e nei dilettanti. Si contava da destra a sinistra, due difensori (2 e 3), tre centrocampisti (4,5 e 6) e cinque attaccanti ancora abbastanza allineati: 7 all'ala destra, 8 inside forward (attaccante interno), 9 attaccante centrale, 10 era l'altro inside forward e l'11 ala (winger) sinistra. Dunque tre linee e qui si capisce perchè poi il 2 e il 3 presero in Italia il nome di terzini: solamente per il motivo che erano originariamente la terza linea sin dai tempi della Piramide. Il 5 e il 6, che successivamente si affiancarono (soprattutto in Italia) al 2 e al 3, non vennero mai chiamati terzini nonostante assieme a loro formarono la terza linea per decenni. Li chiamarono stopper e libero, ma per oggi fermiamoci qua.

 

 10/09/2009

Metti che una domenica ti schiero il portiere di riserva o anche la riserva della riserva. Partita tosta, trasferta lontana. Si perde, si sbaglia un po' tutti, qualche errore dà nell'occhio più di altri. Caccia al colpevole. Trovato!! Chiaramente è il portiere di riserva. Anzi la riserva della riserva. Siccome non c'è la TV e nessuno ha visto, tutti devono sapere. Abbiamo perso perchè giocava la riserva della riserva, scriva giornalista, la città deve sapere. Domanda. Il portiere di riserva della riserva non giocherà più ma, salvo miracoli, un'altra volta o due si perderà ancora: poi a chi diamo la colpa?

 

 05/09/2009

Non staremo qui a raccontavi chi era Nils Liedholm e cosa ha rappresentato per il calcio italiano e mondiale. Soprattutto la sua filosofia da allenatore, che applicata al campo ha avuto una portata rivoluzionaria, sicuramente pari solo al Calcio Totale olandese. In Italia, tra gli anni '70 e '80, ha introdotto concetti, principi e metodologie fino ad allora sconosciute, questo basta. Ci interessa  allora solo citarlo, estraendo sue parole da un meraviglioso libro di Sebastiano Catte, "Nils Liedholm e la memoria lieve del calcio" (Ethos edizioni) uscito poco dopo la morte del tecnico svedese, avvenuta il 5 novembre 2007.

Calcio ed estetica: "...mi  ha fatto riflettere quello che scrisse uno scrittore austriaco, per il quale il calcio costituisce per moltissime persone forse l'unica porta d'ingresso al godimento di tipo estetico. Anche per questo ho sempre ritenuto giusto non separare mai l'esigenza dello spettacolo e del bel gioco da quella della competizione. E' una strada molto difficile ma, se si vuole essere lungimiranti e si ha a cuore il futuro di questo sport, occorre sforzarsi sempre di percorrerla, anche a costo di rinunciare a qualche vantaggio immediato o a qualche vittoria..."

Giocare bene: "...per convincere i miei ragazzi cercavo di dimostrare loro che la squadra che riesce a tenere la palla e cerca la soluzione offensiva attraverso il gioco acquista una sempre maggiore consapevolezza delle proprie forze. Quando ho cominciato a giocare a calcio i miei primi allenatori (come del resto molti tecnici di oggi) parlavano di passaggi inutili quando assistevano al ripetersi costante di una fitta serie di scambi a centrocampo. Questi tecnici sottovalutavano l'importanza del mantenimento della palla sul morale dei giocatori. A volte un passaggio può apparire insignificante, però chi riceve la palla ha sempre una diversa visuale del gioco rispetto all'altro, il che gli può consentire di creare situazioni di maggiore pericolosità. Man mano che trascorrono i minuti cresce la fiducia in se stessi, subentra una certa euforia,  anche la fatica si avverte meno, mentre gli avversari invece finiscono per demoralizzarsi perchè corrono di più per conquistare il pallone e sprecano maggiori energie. Quindi cercavo di indurre i miei giocatori ad accettare l'idea che per loro non sarebbe mai stato conveniente entrare in campo con il solo obiettivo di non far giocare gli altri...."

 

 

 23/08/2009

"Il calcio italiano soffre della Sindrome del Colosseo". Letta una frase così, questa estate, scritta da un autorevole ex allenatore, ci ha incuriosito. Dal contesto era chiaro a cosa alludesse. Il problema è che una ricerca sul significato preciso di essa non è venuto fuori, per lo meno da internet (anzi, provate anche voi e fateci sapere). Trattasi di neologismo ? Comunque sia è di una chiarezza estrema: o vinci o muori. Immaginate i giochi che si svolgevano al Colosseo, lotte fra gladiatori, fra gladiatori o condannati contro animali, o animali contro animali. Complimenti sinceri all'ex allenatore e ora commentatore su di un importante giornale sportivo.

 

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